Ormai è un dato di fatto: il premier Silvio Berlusconi ama parlare al telefono. Parla al telefono con le sue belle (e riconoscenti) ospiti, dalla D’Addario a Ruby, parla al telefono con la Questura (sempre mosso dalla sua incontenibile bontà) e parla al telefono con i presentatori delle diverse trasmissioni televisive che dicono qualcosa che non condivide. Perché quando dicono le cose che, invece, a lui piacciono, allora lui compare in persona, come a Porta a Porta.

Un’altra caratteristica del premier è che, come “quelli a sua immagine e somiglianza”, i vari Sgarbi, Capezzone, Santanché (e mica posso elencarli tutti che lo spazio è breve), anche lui non ascolta, non lascia parlare, urla ed è maleducato. Anzi, essendo il capo, lo fa meglio di tutti.

Tanto da non scomporsi minimamente, oltre la già insopportabile scompostezza, quando Gad Lerner, comprensibilmente indispettito per l’invadente maleducazione a casa sua e con i suoi ospiti, gli dà, opportunamente, del cafone, per aver definito “cosiddette” le signore in studio.

Probabilmente il premier avrà pensato (non mi viene un sinonimo) che se i giudici e i giornalisti comunisti chiamano “escort” le ospiti di casa sua, lui può andare in giro, di trasmissione in trasmissione, chiamando “cosiddette” le ospiti altrui. E forse nella sua logica, sua nel senso di personalissima e oscura a noi comuni mortali, tutto ciò ha un senso.

Tanto che, a dire il vero, se fossi stata una delle “cosiddette”, io non mi sarei sentita per nulla offesa. Avrei piuttosto provato un forte disagio nel rimanere nello stesso studio con la signora Zanicchi, visibilmente imbarazzata eppure non al punto da mandare al diavolo, almeno pubblicamente, lo “sciur padrun”. Di fronte al pubblico ludibrio al quale la signora Zanicchi è stata sottoposta quando il capo le ha ordinato di andarsene, io “cosiddetta” signora, avrei provato un gran senso di pena ma anche di rabbia perché se Berlusconi è ciò che sappiamo, lo è anche per il silenzio, la complicità, l’accettazione e la correità delle donne. Perché ieri sera e da giorni, troppi decisamente, non si discute nemmeno più (e lo trovo deleterio) del pessimo governo espresso dal premier ma si discute, sotto lo sguardo attonito del resto del mondo, del mercimonio delle donne, ridotte a carne da macello e sprofondate con un tonfo sordo, al millennio scorso, o forse prima, al medioevo della loro storia di diritti e libertà individuali, di parità e di orgoglio di genere. Tutto resettato. Dalle escort e da chi le difende. E anche dal silenzio di chi non le offende, celandosi dietro la scusa che bisogna essere “solidali” o stupidaggini del genere.

Almeno il premier, le “sue donne” le difende. Come ha fatto con la Minetti, santificata per quella laurea con 110 e lode. Come se quel numero avesse, in Italia, più valore di quello della taglia del reggiseno o dei fianchi. Come se quel numero, in Italia, avesse più valore che essere la fidanzata, la moglie o l’amante di. Certo, non sempre. Ma spesso, troppo spesso.

Vorrei, però, suggerire al premier un colpaccio non da poco, abituato com’è con il suo Milan, ad acquistare stranieri. Gli suggerirei di provare a reclutare fra le sue soldatesse, anche la signora Monica Lewinski verso la quale gli Stati Uniti sono stati decisamente irriconoscenti (nemmeno un posto da vicesindaco). La signora Lewinski, è laureata, ha un Master in psicologia, è decisamente madrelingua inglese, ha esperienza televisiva e ha persino lavorato alla Casa Bianca. Un uomo attento come lui alle ragazze con storie “difficili” non dovrebbe rimanere insensibile e porre finalmente riparo all’irriconoscenza altrui.