Mentre il Pd “senior” al Lingotto discute sulla funzione delle primarie (se riformarle, abolirle o lasciarle così come sono), l’organizzazione giovanile del partito ha già fatto la sua scelta da un pezzo: della serie cambiamento indietro-tutta, le primarie sono state “rottamate” già da un anno. Via il dente, via il dolore: il nuovo segretario dei giovani piddini – così stabilisce lo Statuto approvato a maggio 2009 – verrà eletto con un congresso vecchia maniera.

Chi più di tutti ha insistito per mandare in soffitta gazebo & voto ai simpatizzanti (tanto, come dice Zoro, “simpatizzanti de che? stiamo sul cazzo a tutti”) sono stati proprio i giovani dirigenti democrat che, capitanati da Fausto Raciti, segretario nazionale dei Gd, possono legittimamente affermare di avere anticipato la linea di Bersani sul modello “vintage party” tanto in voga di questi tempi a Sant’Andrea delle Fratte. Proprio lui, leader uscente dei giovani Ds, che nel novembre 2008 fu incoronato dai centoventimila  under 30 che si recarono a votare, si è battuto perché le regole venissero cambiate.

Ma perché cancellare con un colpo di spugna le primarie, prima ancora che il partito prenda una posizione chiara? Perché tanta fretta nello smantellare un sistema di selezione della classe dirigente che, soprattutto per un movimento giovanile, garantisce apertura e accessibilità alle nuove generazioni sempre più disgustate dal mondo dei partiti?  Perché hanno paura, dicono i maligni. Con la vecchia piattaforma delle primarie chiunque aveva la possibilità di candidarsi e partecipare al voto: per presentarsi all’assemblea nazionale, per dire, bastava raccogliere poche decine di firme. Oggi invece tutto passa dalle sezioni, dai segretari di circolo. Un sistema bloccato che può essere facilmente controllato e indirizzato.

Un modo insomma per limitare l’accesso ai vertici. Perché se è vero che i baby leader spesso spingono per rimpiazzare i big in età da pensione, è anche vero che loro stessi hanno di che affaticarsi per rimanere ai vertici del movimento giovanile in attesa di una promozione nel mondo dei grandi. Una mini-casta nel sottoscala della casta, in fila dietro al capo corrente di turno, in aspettativa per un posto da consigliere regionale (magari nel listino bloccato) o – per i più fedeli – da onorevole trentenne. E in odor di elezioni anticipate non è tempo di rischiare.