Sostengono alcuni barzellettieri del Pdl, tipo Quagliariello, che “bisogna ripristinare l’equilibrio costituzionale spezzato con la riforma dell’art. 68 per restituire al popolo la sovranità e alla giustizia l’autonomia”. Tradotto in italiano: tornare all’immunità parlamentare. Anzi all’impunità, visto che mai l’articolo 68 della Costituzione, nemmeno nella versione originaria abrogata nel ’93, ha stabilito che non si potesse indagare sui parlamentari. Semplicemente prevedeva che il Parlamento potesse negare l’autorizzazione a indagarli in casi eccezionalissimi (quelli di fumus persecutionis).

Il fatto che il Parlamento la negasse quasi sempre era un abuso, che ora i quagliarielli vogliono ripristinare: “Consentiamo alle Camere la sospensione di un processo a carico dei rappresentanti del popolo rinviandone il decorso al momento in cui sia cessato il mandato democratico”. Il tutto nel disperato tentativo di arrestare la macchina infernale del giudizio immediato a B. Il fatto è che in questi anni l’immunità non solo non si è ridotta, ma è mostruosamente cresciuta, almeno per B. e chiunque gli stia vicino. Il rag. Giuseppe Spinelli è un dipendente Fininvest, gestore delle holding e delle immobiliari private di B. e famiglia. Un privato cittadino. Eppure i pm non han potuto perquisirgli l’ufficio perché sulla sua porta c’è una targhetta: “Segreteria on. Silvio Berlusconi”. Appena è arrivata la polizia, lui ha chiamato l’on. avv. Ghedini, il quale – annotano i pm – “ha riferito che l’immobile è coperto da immunità perché pertinente al Presidente del Consiglio”.

Dunque non si entra senz’autorizzazione del Parlamento. Che diavolo c’entra la Presidenza del Consiglio con un contabile privato, mai eletto e nemmeno candidato? Roba da matti. Non basta: è immune pure la villa di Arcore, come tutte le ville di B. sparse per il mondo, perché – dice lui nell’ultimo video porno – “nella mia casa svolgo funzioni di governo e di parlamentare, avendolo comunicato alla Camera dei deputati sin dal 2004, e la violazione compiuta è particolarmente grave perché va contro i più elementari principi costituzionali”. Quale violazione, visto che nessun pm né poliziotto è mai entrato in casa sua (a parte gli agenti di scorta e di piantone, costretti a fare da autisti e da guardiani alle mignotte)? “I pm hanno ordinato una imponente operazione di perquisizione contro ragazze colpevoli soltanto di essere state mie ospiti in alcune cene… Una procedura irrituale e violenta indegna di uno stato di diritto che non può rimanere senza una adeguata punizione”.

Ricapitolando: B. è immune perché è B., ma irradia pure la sua immunità alle sue case (e a quelle del suo ragioniere); queste, per contagio, immunizzano chiunque vi entri o sosti nelle vicinanze. A ciò si aggiunge l’ultimo abuso: quello di ricondurre al Tribunale dei ministri (previa autorizzazione del Parlamento, che le nega sempre) tutti i reati addebitati al premier. In barba all’art. 95 della Costituzione, che lo prevede solo “per i reati commessi nell’esercizio delle funzioni”. E, fra le funzioni del premier, non c’è quella di chiamare le questure per far rilasciare le amichette sue. Dunque la concussione ipotizzata dai pm non fu commessa abusando delle funzioni, ma della qualità di premier. Ergo è competente il Tribunale ordinario.

In ogni caso il Tribunale dei ministri non è composto da ministri, come pensa (o spera) qualcuno, ma da giudici, per giunta milanesi. Infatti il retropensiero è che il caso Ruby-B. a quel tribunale non arriverà mai perché la Camera negherà il permesso. Ma la legge costituzionale 16.1.1989 n. 1 che regola i reati ministeriali consente di “negare l’autorizzazione a procedere” solo se l’indagato “ha agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di governo”. E dove sarebbe, nella telefonata salva-Ruby, l’interesse pubblico? Ci dev’essere un equivoco: quello è interesse pubico.