Comuni sciolti per infiltrazioni mafiose: ad oggi sono stati 201. Numero calcolato a partire dal 1991, anno di introduzione della legge. A questa cifra vanno aggiunte le quattro aziende sanitarie commissariate perché condizionate dal crimine organizzato. Gli ultimi azzeramenti , fine dicembre, parlano calabrese: l’azienda sanitaria di Vibo Valentia e San Procopio, comune in provincia di Reggio Calabria. Parla calabrese anche la norma. La legge, che ha carattere preventivo, è figlia della stagione delle emergenze. A Taurianova, in provincia di Reggio Calabria, nel 1991 c’era la guerra di ‘ndrangheta, sangue e morti ammazzati. Per fermare la scia di sangue e collusioni, il parlamento varò la norma che in questi anni ha azzerato giunte comunali di ogni colore. Per Taurianova, ad esempio, non c’è pace. Nel 2009 nuovo scioglimento, ora è guidata da una triade di commissari in attesa di tornare alla normalità.

Gli interessi nei comuni sono innumerevoli: gli appalti con il controllo del ciclo edilizio e dei rifiuti. All’inizio, primi anni novanta, fu boom di scioglimenti, poi il sangue e le stragi lasciarono il posto alla pax mafiosa e il pugno duro si trasformò in accondiscendenza. In molti casi, ultimo in ordine di tempo Fondi, il ministro dell’Interno Bobo Maroni ha preferito non azzerare per mafia, obbedendo al volere dei padrini politici. La legge sugli scioglimenti è stata modificata nel luglio 2009, ma non convince. “L’istituto dello scioglimento, malgrado tutti i limiti – spiega il magistrato napoletano Raffaele Cantone – rappresenta un valido strumento nella lotta alle mafie e nel contrasto alle infiltrazioni malavitose. La legge 94 si sta dimostrando peggiorativa rispetto al passato. La norma ha introdotto presupposti per lo scioglimento molto più rigidi e stringenti così si rischia di confinarla solo ad episodi eclatanti, perdendo in questo modo la natura preventiva della legge, la funzione di utile controllo per la quale era nata”. Individuando presupposti più stringenti, aumentano i ricorsi amministrativi accolti dai Tar regionali.

Da Crispano a San Giuseppe: l’allegro ritorno

I dati dei comuni sciolti, mai comunicati dal ministero dell’Interno nonostante le ripetute richieste, vedono la Campania al primo posto, 76 comuni azzerati. L’atto di scioglimento che ha natura amministrativa è un decreto del presidente della repubblica, non è una condanna penale, ma una macchia politica. I ritorni in sella degli amministratori sono, però, una costante. Ultimo in ordine di tempo il caso di Carlo Esposito, Pd, sindaco di Crispano, in provincia di Napoli. Il comune viene sciolto nel 2005 per infiltrazioni mafiose. Nel 2010 il sindaco ci riprova e viene nuovamente eletto. Lo scioglimento è stato confermato anche dal Consiglio di stato che nella sentenza torna su un episodio inquietante quando il sindaco, insieme con il parroco, ascoltò commosso la lettura di una lettera inviata alla folla. Il mittente era Antonio Cennamo, detto Tanuccio o’ malommo, ritenuto il “capozona della criminalità a Crispano”. L’occasione era l’annuale celebrazione della festa dei gigli, enormi obelischi portati a spalla dai collatori, le persone che sorreggono la struttura. Nella sentenza del Consiglio di Stato si legge: “Ciò che viene addebitato al Sindaco non è, certo, come prospettano gli appellanti, la mancata rimozione degli striscioni o il mancato sequestro della lettera del capo del clan, ma l’aver avallato, con la sua acquiescente presenza (salva una reazione tardiva e formale..), l’impostazione di chiara matrice camorristica della festa, alla cui organizzazione il Comune aveva contribuito con una erogazione (non contestata) di fondi ben maggiore di quella destinata a tale scopo negli anni precedenti”. Il Pd lo ha opportunamente ricandidato.

Stesso dicasi per il sindaco di San Giuseppe Vesuviano, comune in provincia di Napoli, Antonio Agostino Ambrosio, sindaco dimissionario quando il comune fu sciolto per infiltrazioni mafiose nel 1993. Ambrosio è tornato in sella, nuova elezione nel 2002, riconfermato nel 2007. Nel 2009 puntuale il nuovo scioglimento per infiltrazioni mafiose. Un politico che ha attraversato tutti i partiti, agli inizi a sinistra, fino alla militanza in Forza Italia, Mpa, Udc, oggi Pid, il micro partito di Calogero Mannino e Totò Cuffaro. E Il Consiglio di Stato nella sentenza, depositata ieri, confermando lo scioglimento, ha evidenziato, tra gli altri elementi, i rapporti e gli accordi pre-elettorali di Ambrosio. “Emerge con ciò, pur nella assenza di una formale costituzione di una associazione di tipo mafioso, un elemento invero significativo di collegamento – a fini di vantaggio elettorale – tra il Sindaco ed un soggetto riconosciuto non soltanto colpevole di gravi reati, ma di averli commessi con le modalità della criminalità organizzata”. La nuova norma prevede anche la non candidabilità degli amministratori coinvolti, ma resta, al momento, sulla carta. “Oggi, a quanto mi risulta, non è stata mai applicato questo strumento – continua Cantone – e sarà molto difficile farlo perché presuppone un iter complesso. Rappresenta, al momento, più un intervento immagine che un intervento reale. Oggi la lotta alla mafia sembra puntare più all’ala militare che a quella dei colletti bianchi”.

Al nord comanda la ‘ndrangheta

Non solo centro-sud. Il primo comune sciolto al nord è Bardonecchia, in provincia di Torino nel 1995. A rischiare lo scioglimento, oggi, c’è Bordighera, in provincia di Imperia. Il tratto in comune è la presenza di mamma ‘ndrangheta. Stesso discorso anche a Desio, in provincia di Monza e Brianza. In questo caso il consiglio comunale si è autosciolto per evitare la scure dell’azzeramento per mafia. La politica locale era stata scossa dall’operazione Infinito, scattata nel luglio scorso. Il locale di ‘ndrangheta di Desio, da tempo attivo in zona, è retto dal famiglia Moscato. Un locale legato alla famiglia Iamonte, in Brianza dagli anni ’70, egemone a Melito Porto Salvo, in provincia di Reggio. Dalle carte emergevano i rapporti con la politica. In un’intercettazione Natale Marrone, consigliere comunale Pdl, chiede a Pio Candeloro, ritenuto il boss della zona, di agire con un’azione nei confronti di Rosario Perri, all’epoca capo area tecnica del settore edilizia privata del comune di Desio. Ma proprio Perri, poi diventato assessore provinciale, sarebbe stato protetto ‘da persone evidentemente di rispetto’. L’uomo forte del Pdl in zona è Massimo Ponzoni, ex assessore regionale, che spunta varie volte nell’ordinanza, rapporti spericolati e solo quello. Ponzoni, così come Marrone e Perri non sono indagati. Una commissione di accesso avrebbe verificato eventuali condizionamenti mafiosi. Ora aspettando le nuove elezioni, restano in piedi i sospetti di collusione e l’ombra della ‘ndrangheta. C’è il rischio che il caso Fondi faccia scuola. “Nel caso di Fondi – conclude Cantone – il ministro degli interni ha autorevolmente affermato che lo scioglimento volontario del consiglio comunale evita lo scioglimento per mafia. Un’affermazione che non trova nessun riscontro nella norma, ma è un indirizzo applicativo ulteriormente peggiorativo della legge”.

di Nello Trocchia