L'attrice Margaret Lee nel film Due mattacchioni al Moulin RougeCaro B.,
tu non ci crederai ma era diverso tempo che non seguivo le tue vicende. Non te ne avere a male, ma avevo bisogno di purificarmi, non da te ma dalla “cultura” che ti circonda, che vigliaccamente spesso si fa anonima e ti inneggia al solo scopo di rimanere alla tua ombra per pavida e vile sicurezza. E oggi che ti so solo, triste, avvilito, con pochissimi quasi-amici costretto dalla banale volgarità degli unici atteggiamenti che conosci, ti sollevo da questa condanna da piccolo uomo borghese. Non è a te che scrivo ma a me stesso. Mi riappunto i semplici accadimenti che hanno forse determinato la mia capacità di pensare alle donne come alla più grande occasione della vita di noi uomini.

Al suo apparire sul piccolo schermo, accanto a Dorellik, sentivo le mie gambe fare giacomo giacomo e nel crollare all’indietro nella grande poltrona di mio padre che mi veniva ceduta rimanevo in estasi a guardarla. A niente valevano le percepite ma inascoltate risatine dei mie genitori che si beavano nel vedermi assolutamente preso e perdutamente innamorato. Sì, Margaret Lee alterava la mia chimica. Non ne potevo nemmeno sentir parlare da altri tanta era l’insostenibile emozione. A nessuno venga in mente che fosse una cotta televisiva.

Ne avevo avuta una simile pochi anni prima, in terza elementare, 1962, per una signora bionda, altissima e bellissima, con delle labbra rosse-fuoco. Era tornata ad abitare sopra casa nostra. Mia madre la chiamava la Fata e spesso, andando a tavola, diceva: “Prima o poi alla Fata dovrò chiedere se mi restituisce gli occhi di mio marito”. E giù risate di quel marito amante che la rassicurava baciandola e abbracciandola e giurando sulla testa di noi bambini, che non capivamo quel che loro intendevano. Io in particolare non capivo e di quella signora subivo assolutamente il fascino ogni qualvolta mi ritrovavo a salir con lei le scale. Mi sentivo per la prima volta in estasi e immerso in un profondo senso di gratitudine quando, prima di lasciarmi sul mio pianerottolo, allungava la mano per accarezzarmi la testa e poi, all’ultimo, infilava fra i miei capelli le sue dita dandomi un rapida e affettuosissima strapazzata.

Sì, me ne ero certamente innamorato. La scarica elettrica di quel contatto me ne dava testimonianza. Da lì in poi fu un susseguirsi di stati d’animo che mi facevano rimbalzare con passione sulle amiche di mia sorella, cinque anni più grandi di me. No, cos’hai capito?, erano rimbalzi emotivi i miei! Mi innamorai della Lilla e dei suoi ragionamenti. Mi innamorai della Daniela che con quel suo accento quasi americano raccontava storie d’oltreoceano, per poi arrivare all’Anna e alla sua saggezza e dolcezza. Mi innamorai del loro parlare di filosofia e politica, di fidanzati e di viaggi, mi innamorai delle loro vite e della loro generosità emotiva. Ma avevano cinque anni più di me e potevo solo ascoltare e guardare.

Passarono gli anni e arrivai al giorno in cui il mio psicoterapeuta, dopo 15 mesi di incontri, salutandomi dopo quella che sarebbe stata l’ultima seduta, sul pianerottolo un secondo prima della chiusura automatica dell’ascensore disse quello che lì per lì non capii, lasciandomi del tutto sbigottito: “Non si preoccupi, prima o poi la incontrerà e la riconoscerà immediatamente. Non capii bene quel che mi aveva detto fin quando… E fu infinito amore.

Caro B., come sai, se ci pensi bene, non è mai troppo tardi ma devi uscire da questa fase di immaturità che io non posso dire adolescenziale perché, avendo avuto da adolescente una sorella innamorata, una madre innamorata, un padre innamorato, ho avuto ben chiaro fin dall’inizio che di passione e di estasi e stima reciproca è fatta la concretezza dell’innamoramento, con la sua sensualità, il suo erotismo, il suo rintracciare nella quotidianità l’arte del vivere insieme, per un minuto, per un giorno, per un anno, per una vita.

Caro B., lascia tutto e tutti. Hai da pensare alle tue responsabilità e alla poca qualità della tua vita. Puoi, ne son certo, avere e ottenere molto di più. L’amore non ha età e quando lo incontrerai mi sento di dirti con affetto che lo riconoscerai. Sparisci da tutto e da tutti, datti del tempo.

Con speranza

Fabio Picchi