Penso che la crisi morale e materiale che stiamo vivendo oggi in Italia sia causata dalla perdita del primato della politica sull’economia e dell’etica sulla politica: il linguaggio della politica coincide ormai con quello del mercato e qualunque modalità di fare profitti o di raccogliere consenso elettorale è oggi ammessa e intesa come legittima e legittimante. Nessuno può sentirsi, per investitura divina o popolare, al di sopra della legge e una legge non può essere solo formalmente legittima, ma deve essere anche sostanzialmente giusta e comunemente intesa come tale. Altrove, in altre tradizioni democratiche, ciò è di assoluta evidenza, almeno sin dall’approvazione della Magna Charta (1215).

La ricostruzione civile e materiale del Paese deve ripartire da qui: così come la democrazia è la migliore forma di governo che conosciamo, l’economia di mercato è il modello economico più efficiente che conosciamo per ottimizzare il rapporto tra domanda e offerta di merci e servizi, misurato com’è dal profitto. Se però la politica rinuncia al proprio primato sull’economia e si riduce a parlare solo il suo linguaggio, avviene che il modello “economico”, divenuto “politico”, costringe società e individui nei propri schemi che, seppur razionali nel loro ambito, risultano comunque riduttivi rispetto alle più vaste esigenze esistenziali e di convivenza sociale, non sapendo e potendo offrire le risposte attese. Ciò che è più giusto perseguire nella nostra vita individuale e sociale, esula infatti da tutto ciò che “produce” l’economia di mercato che considera, ad esempio, il lavoratore come un mero “fattore della produzione”, soggetto a delocalizzazioni o a precarietà.

Il panorama del dibattito politico contemporaneo mi sembra che evidenzi questa sensazione di ineluttabilità della sopraffazione delle logiche monetarie, finanziarie e mercantili sulla nostra vita, comune ai due principali schieramenti. Manca il coraggio di ripensare stili di vita poco sostenibili, di avere una visione della vita al di fuori delle esigenze della produzione e del consumo. Si parla solo di crescita del Pil. Produciamo un mare di rifiuti e i termovalorizzatori sembrano l’unica soluzione possibile: il naturale sbocco di un’instancabile catena di produzione. Non si tratta, quindi, di rigettare in blocco l’economia di mercato, ma solo di ricollocarla al suo posto per vivere meglio.

Allo stesso modo, penso di non essere l’unico a ritenere che ci sia qualcosa che proprio non va nei meccanismi di selezione della nostra classe dirigente democratica. E il problema, a mio avviso, risiede nel modo in cui il consenso si raccoglie, anzi, si costruisce. Un’osservazione può essere illuminante. Il marketing, la promozione di professioni quale quella del medico o dell’avvocato, è molto limitata se non addirittura vietata dalla legge. Il motivo è ovvio: non dobbiamo selezionare un medico o un avvocato sulla base della persuasione occulta di una campagna pubblicitaria. Ne andrebbe della nostra salute o del nostro patrimonio. Un politico, però, può provocare danni anche maggiori di un medico o di un avvocato. Non sarebbe allora il caso di proibire in assoluto, durante le campagne elettorali, l’uso di spot Tv, di manifesti e di altre forme di pubblicità, consentendo solo nelle piazze reali o in quelle virtuali (internet) quel confronto tra uomini liberi che, da Atene in poi, rappresenta l’anima della democrazia e della raccolta del consenso? La pubblicità (con i suoi alti costi) è l’anima del commercio: forse non è il caso che lo sia anche della democrazia!

Per ricostruire il Paese, dobbiamo riscoprire la dimensione orizzontale della democrazia e la rete internet è lo strumento più straordinario oggi a nostra disposizione.