In quel 46% di no, espresso nel referendum di Mirafiori, è raccolta tutta la dignità del mondo del lavoro, oltre alla speranza di un futuro in cui possa essere realizzato integralmente l’art.1 della Costituzione e nasca, veramente, una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La forza dei numeri è cogente e costringe a ratificare una sconfitta numerica, ma è altrettanto vero che i numeri vanno interpretati e, una volta interpretati, possono condurre ad un altro riconoscimento.

In questo caso è chiaro: il referendum di Mirafiori segna, per la Fiom e il fronte del no, una vittoria politico-sindacale. Non c’è stato infatti un plebiscito a favore del piano autoritario e regressivo di Marchionne, Confindustria e governo (da questo punto di vista la votazione è andata addirittura meglio di Pomigliano d’Arco). Il ricatto fra lavoro servile e disoccupazione non ha piegato tutti i dipendenti Fiat e anche verso quanti hanno dato il loro assenso si deve nutrire il massimo rispetto umano per una scelta drammatica e sofferta: nessun essere umano a cuor leggero autocertifica la propria schiavitù . Con il referendum di Mirafiori è stato comunque dimostrato che la coscienza dei propri diritti, la necessità di una rappresentanza libera, l’importanza di difendere la democrazia nei luoghi di occupazione sono sentimenti radicati fra chi lavora, anche nel momento di massima difficoltà personale, quando si è chiamati alla decisione non libera come nel caso della consultazione torinese.

Analizzando qualitativamente il voto, come hanno evidenziato diversi studiosi e gli stessi rappresentanti sindacali, si nota come nel settore dove il vincolo di lavoro è maggiore, cioè dove le condizioni di lavoro sono più dure perché costringono alla scarsa autonomia anche di movimento, il fronte del no è stato massiccio. Del resto le condizioni imposte dal piano “Fabbrica Italia”, come la riduzione delle pause e lo spostamento della mensa a fine turno o i turni di 10 ore, avranno conseguenze più pesanti proprio sulle spalle di chi è impegnato alla linea di montaggio oppure (anche se in modo minore) alla lastratura, cioè nel fronte hard dell’attività lavorativa/produttiva. Proprio questi lavoratori hanno maggiore necessità di difendere i loro diritti in relazione a tempi e ritmi di lavoro/produzione, oltre che quello allo sciopero come arma essenziale per questa stessa difesa.

Un successo politico-sindacale, quello della Fiom e dei lavoratori attestati sulla linea Maginot del diritto e della democrazia, che è stato conseguito nonostante una situazione di pressione e controllo esercitata dentro la fabbrica da parte della dirigenza aziendale. Mirafiori, ancora di più di Pomigliano, è un centro produttivo spaccato e non governabile: Marchionne, Confindustria e governo devono prendere atto di questo quadro e riaprire una vera trattativa con tutti i soggetti interessati. Una trattativa che però non può vedere i diritti indisponibili (salute, sciopero etc) trattati come merce di un baratto per l’investimento Fiat: i lavoratori sacrificati in cambio di un lavoro in base alla rinuncia ai diritti. Perché? Perchè non è legittimo, come per questo non lo era il referendum che, infatti, la Fiom insiste a disconoscere, tanto da non poter firmare l’intesa che esso ratifica. Si tratta di rispettare la Costituzione e lo statuto.

Adesso la sfida che si apre è quella di sostenere questa lezione di democrazia che ci giunge dal 46% dei contrari all’accordo, appoggiando le iniziative annunciate dalla Fiom: l’insistenza sulla riapertura della trattativa anche affinché Marchionne chiarisca dove intende investire i soldi – oltre al miliardo promesso per Mirafiori – e soprattutto per produrre quali modelli e in quali stabilimenti, cioè cosa intende fare in tutta Italia; il ricorso alla magistratura contro un’intesa anticostituzionale; l’attività sindacale Fiom fuori da Mirafiori, a cui è precluso l’accesso a seguito del referendum; una nuova legislazione sulla rappresentanza sindacale affinchè il potere finale di decidere sugli accordi che li riguardano spetti ai lavoratori, rappresentati in modo realmente proporzionale e democratico.

In particolare, poi, la sfida più immediata è trasformare lo sciopero nazionale del 28 gennaio indetto dalla Fiom in una grande manifestazione di “presidio della democrazia”, dove si realizzi una partecipazione ampia dei partiti del centrosinistra che si dicono pronti all’alternativa al berlusconismo: perché il tema del lavoro e del modello di sviluppo sono la cartina di tornasole di una sinistra vera, che non confonde la richiesta di modernità proveniente da questi due ambiti con la regressione ad un modello ottocentesco schiavistico, che ha la presunzione di garantire competitività con gli altri modelli ottocenteschi schiavistici che emergono dall’Est del mondo. E’ un dovere per la sinistra ed è un dovere verso tutto il paese.

La Fiat – che per anni ha ricevuto contributi pubblici senza investire in nuovi modelli e in innovazione tecnologica, come accaduto nel resto dell’Europa nello stesso settore, dove si è anche arrivati alla partecipazione dei lavoratori nella gestione aziendale come la Germania insegna – non è una ‘cosa loro’, intendo di Marchionne, Marcegaglia o del governo dei Sacconi, ma patrimonio di tutta Italia. Cosa nostra, nel senso nobile e pulito del termine.