È un venerdì pomeriggio, esco dal portone e mi avvio verso la macchina. Apro il bagagliaio e mi metto ad armeggiare con il passeggino di mio figlio. La macchina è parcheggiata davanti a una banca. Passa il matto del quartiere, è un pover’uomo sulla quarantina che gira per le strade sfoggiando un’oratoria ricca e brillante, ma totalmente alienata e priva di senso. Un tempo doveva essere un uomo ben istruito, poi lo sa il cielo cosa gli è capitato, quale tragedia gli ha ottenebrato la ragione. Cita nell’ordine Pound, Vladimir Luxuria, Nichi Vendola e Benito Mussolini. Gli abitanti del quartiere lo sanno, quella del duce è una delle sue maggiori fissazioni.

Davanti alla banca c’è una guardia giurata che ascolta insieme a un signore lo sproloquio dell’uomo. Poi il matto si allontana. Il botta e risposta che segue è fulminante. Sono battute feroci sull’omosessualità di Vendola, sul presunto “grande merito” di Mussolini, ossia l’aver istituito la vigilanza privata (cosa peraltro non vera, visto che già nell’antica Roma esistevano istituzioni preposte a questo tipo di attività) e su Berlusconi. Ecco, il matto nella sua frenesia si era dimenticato di citare Berlusconi, eppure i due uomini, non si sa come né perché, si ritrovano a discutere del cavaliere. “E noi ancora dietro a Berlusconi”, dice il signore. “L’avete votato voi Berlusconi”, ribatte piccato il vigilante, lasciando intendere che la sua fede di destra riguarda un’altra destra, quella più estrema. “LUI non si sputtanava mica con ladri e ballerine”, aggiunge poi con collaudato tono nostalgico.

Ciò di cui stiamo parlando è una sorta di religione compiacente e subalterna. E sì, perché in un modo o nell’altro, che sia per la strada o in Tv, si finisce sempre per parlare di lui, di Berlusconi. Che siano affari di famiglia, di letto, di Stato, al centro c’è sempre il monarca, il sultano, l’imperatore d’Italia. Il vero potere, quello che apparentemente non si può scalfire, è questa presa sull’attenzione pubblica, questa morsa che strangola ogni altro interesse, argomento, occasione, questa penetrazione così capillare nel tessuto popolare di una nazione. Come se il paese potesse permettersi di vivere in una perenne fiction, o in feuilleton che ha per protagonista l’ascesa e il declino del tycoon della Brianza, “le donne, il Cavaliere, l’arme, gli amori”, parafrasando l’Ariosto.

Il problema della nostra democrazia malata sta tutto qui, in questa concentrazione assoluta d’interesse, in questa dittatura dell’attenzione. I più avveduti l’hanno capito da un pezzo, Berlusconi è un parafulmine, è l’uomo che attraverso gossip, gaffe e barzellette convoglia su di sé gli sguardi degli italiani, distogliendoli dall’esercizio barbaro del potere che la classe capitalista nel frattempo impone al resto del paese. Berlusconi, prima ancora di essere un magnate, un politico, un ricco di successo, è un corpo, un corpo esposto – a seconda di come la si pensi – alla pubblica adorazione o al più assoluto disprezzo. La pornografia di questa esposizione maniacale è la melassa che ricopre la realtà sociale dei nostri anni, le generazioni derubate, le nuove e le vecchie povertà, le grandi e le piccole tragedie.

Dopo sedici anni di potere politico e molti di più di egemonia mediatica, oggi si ha l’impressione che Berlusconi sia dappertutto, per le strade, nelle case, nella testa delle persone. Le forme autoritarie di governo sono soprattutto questo, non si esprimono solamente attraverso la repressione degli strumenti democratici, ma monopolizzando gli argomenti dei cittadini. Cosicché i folli pontificano e i savi diventano pazzi.