Due aspiranti meccanici e un motore da rottamare. Chi dall’interno, chi restando organico a quella macchina che si chiama Pd. Questa la divisione che si è consumata tra Matteo Renzi, il più visibile dei rottamatori, e Pippo Civati. Il primo un discolaccio, come dicono a Firenze, più portato alla spettacolarizzazione dei temi e allo stupire la platea (vedi cena ad Arcore con Berlusconi), l’altro più determinato a cambiare il Pd dalla pancia del partito, magari anche creando una corrente se serve. E comunque salvando quello che è giusto da quel motore che appare ingolfato.

Due anime (spaccate) e due intenti simili, ma che non possono andare d’accordo. Tanto è vero che ieri, a Bologna, dove si parlava di primarie e di elezioni di primavera, il sindaco di Firenze non si è presentato. E non perché avesse motivi istituzionali che lo portassero altrove, ma perché probabilmente il movimento “prossima fermata” non è quello che lui intendeva due mesi fa, alla stazione Leopolda. Rottamare tutti e subito, dialogare con l’avversario, anche a casa sua se è necessario, era l’indicazione di Renzi. Il movimento, però, almeno quello che si è visto a Bologna, è molto più interno al partito. E le vedute tra i due sono diverse, a dir poco abissali. Come quella in materia Fiat, dove Renzi, con l’ennesimo colpo a sorpresa, si è marchionnizzato più di Marchionne stesso, e Civati, ieri, ha spiegato che la sua posizione è diametralmente opposta: “Non la penso assolutamente come Renzi – ha detto – credo che Matteo sia stato quantomeno imprudente. Noi non dobbiamo avere paura, paura di pensarla diversamente e, se serve, persarla un giorno come D’Alema e un altro come Veltroni. Non dobbiamo aver paura di vincere perché oggi, tra ruby e rubiconi, sappiamo che lo spazio per governare c’è”.

Insomma, rottamatori dalle idee confuse, forse, ma capaci di attrarre i giovani, di riportarli alla politica. Chi avesse avuto dubbi doveva essere a Bologna, in via Berti, sede del cinema Nosadella, per capire che se l’anima è spaccato, i giovani del Partito democratico hanno voglia di continuare a dire la loro, vogliono cambiare le regole del gioco. E dalla loro parte iniziano ad avere più alleati di quanti potessero immaginare, almeno in Emilia Romagna. A partire dal segretario provinciale del Pd di Bologna, Raffaele Donini, che ha spiazzato tutti in poche parole: “Credo – ha detto nei suoi cinque minuti a disposizione, come avvenuto alla stazione Leopolda – che il funzionariato di partito non debba essere un mestiere, ma un’esperienza. E propongo contratti a tempo determinato anche per i funzionari, me compreso”, e giù applausi. “Nei giorni scorsi mi avevano chiesto se fossi in imbarazzo perché i rottamatori arrivavano a Bologna. Oggi posso dire no, perché ho ascoltato parole, soprattutto sulle primarie, che io per primo ho voluto con forza, che io condivido assolutamente”. Poi Donini è andato oltre e ha rottamato i dirigenti del Pd, incluso sé stesso: “Il partito deve tornare a essere aperto alla gente, deve pensare globale e agire locale”.

Sul palco si sono alternati decine di ragazzi, tutti portatori della propria esperienza. Una generazione che non ha niente a che vedere col Bunga Bunga: sono ragazzi che comprendono il valore della politica e vogliono dire la loro, facce pulite alle quali non interessa andare in televisione o intascare soldi male guadagnati. Ognuno con il suo argomento, con le basi per indicare quale sarebbe la loro ragione politica, dallo spettacolo alla cultura, dall’università al Comune. Nomi sconosciuti (l’unica di richiamo Maria Chiara Prodi, nipote del premier, ma non per questo da lui “raccomandata”, come la ragazza ha tenuto a precisare, in mezzo a tanti Francesco Volta, Andrea Colombo, Matteo Lepore, Marco Lombardo, tutti nomi senza pedigree. Una giornata a tratti fiacca e contestata (“troppe parole come impresa, troppi tromboni della politica bolognese”, ha detto qualcuno), ma culminata con il confronto tra i tre candidati alle primarie del Pd, Virginio Merola, l’uomo del partito, Amelia Frascaroli e Benedetto Zacchiroli, l’unico esterno al patito, “ma pronto a iscriversi” e sicuramente il più applaudito tra i rottamatori. Merola, ex assessore con la giunta Cofferati, ha parlato a ruota libera, cercando di spiegare in 7 minuti la Bologna che vorrebbe, “una città che deve riacquistare la propria indipendenza, una rinascita che deve partire dall’università, la madre del sapere. Ma soprattutto una città senza periferie. E all’altezza del suo passato migliore e con quello cattivo che sia da insegnamento per il fututo”.

Frascaroli, appoggiata in questa corsa dalla sinistra di Nichi Vendola, ha portato pacatezza, come in tutta la sua campagna elettorale. “Vi chiamerò costruttori, perché è giusto cambiare senza distruggere. Io sono una donna, una mamma, ma soprattutto una persona libera, e mai cambierò. Ma penso a vincere, con integrità, responsabilità, professionalità”. Ultimo sul palco Zacchiroli, gay dichiarato, ma solo da pochi giorni, che è riuscito a spostare le preferenze su di lui a personaggi come Lucio Dalla, un grande elettore per Bologna. “Sono entrato in questa corsa da esterno, ma se il Pd è quello che mi ha accolto e offerto la possibilità, beh, penso proprio di iscrivermi. Bisogna risollevare questa città, e per farlo non devono esserci distinzioni tra studenti, stranieri, studenti esterni, classi sociali”. Applausi, i più sentiti. Se i rottamatori oggi sono divisi su molti temi, la presenza di Zacchiroli li riunisce e carica. Fino al 23 gennaio, quando dalle primarie uscirà un vincitore. Che se non fosse Merola per il Pd sarebbe una disfatta, l’ennesima, ma per i rottamatori il primo segnale che qualcosa, dall’interno, si può cambiare”.

di Emiliano Liuzzi