NEW YORK – Che fate se qualcuno controlla i vostri account Google e Facebook, per un’indagine che è stata aperta contro di voi? E se non siete nemmeno avvisati di questa “perquisizione telematica”? Il dilemma pende sugli utenti Internet degli Stati Uniti, che potrebbero essere oggetto – senza nemmeno saperlo – delle famigerate National Security Letters, le lettere a difesa della sicurezza nazionale che chiedono informazioni su cittadini sospettati di qualche crimine.

L’acronimo della legge – certamente “patriottica” per l’ex presidente – significa in realtà “providing appropriate tools required to intercept and obstruct terrorism”, ovvero “fornire strumenti adeguati per intercettare e ostruire il terrorismo”. Ma dove finisce la minaccia del terrorismo e dove comincia il diritto alla privacy? L’annosa questione è stata riproposta dal recente ordine che chiedeva a Twitter di fornire informazioni sugli account degli animatori di Wikileaks, che hanno pubblicato centinaia di documenti riservati del governo americano.

In realtà il governo di Washington potrebbe aver richiesto informazioni anche a Facebook, Google e magari altre aziende. Twitter ha deciso di sfidare la segretezza dell’ordine, informando i suoi utenti – tra cui il fondatore di Wikileaks Julian Assange – di essere sotto indagine.

Nella prima metà del 2010, Google aveva ricevuto 4.200 richieste simili. In un anno intero, anche Facebook deve rispondere a migliaia di National Security Letters (ha dichiarato a Newsweek di averne da 10 a 20 ogni giorno). Sono coinvolti anche gestori telefonici come Verizon, che ogni anno riceve circa 100 mila richieste di questo tipo.

Le lettere sono segrete, viene chiesto di eseguire l’ordine, fornire le informazioni e non avvertire gli utenti, per ragioni di sicurezza nazionale. Twitter si è ribellata, sostenendo l’illegittimità non tanto dell’ordine in sé, quanto della sua segretezza. I fondatori di Wikileaks andavano avvertiti. Così è stato, e per questo la notizia è diventata di dominio pubblico. Agli utenti è stato detto: se entro dieci giorni non verranno prese azioni legali contro il dipartimento di giustizia di Washington, Twitter passerà le loro informazioni.

E Google e Facebook? Avrebbero fatto altrettanto? O magari hanno già ricevuto le lettere e hanno obbedito al ministero? Nessuno li obbligava a ribellarsi alla segretezza. Google, in passato, ha fatto sapere che la gran parte delle richieste “sono valide e le informazioni richieste servono a legittime indagini criminali”. Nelle linee guida dei siti, si legge che i due giganti telematici intendono cooperare “con i processi legali validi che richiedono informazioni sugli account”, e non si parla di un eventuale avviso agli utenti.

Diversi vorrebbero più protezione. Vorrebbero che, prima di accedere alle banche dati elettroniche, gli investigatori ricevessero il via libera da un giudice, non da un procuratore, come accade attualmente. Insomma, per alcuni le informazioni disponibili sui server dovrebbero avere la stessa protezione del materiale che si tiene in una casa privata. Forse non hanno tutti i torti. Al momento, le email possono essere lette senza un mandato di un tribunale se sono state scritte da più di 180 giorni. Ci vuole invece luce verde dalla corte per ascoltare le conversazioni al telefono, e un vero e proprio mandato quando si entra in una casa privata.

Il problema è che una delle più importanti leggi americane relative alla privacy delle comunicazioni, l’Electronic Communications Privacy Act, risale al 1986, quando cellulari ed email non erano ancora diffusi (e i social media nemmeno esistevano). E così è molto più facile accedere ad un’email o un sms rispetto alla sempre meno usata lettera tradizionale.

di Matteo Bosco Bortolaso