L’accusa è limitata, tanto più che ad oggi non emergerebbe nulla di illegale. Eppure i sospetti si sprecano aggravando la pressione su quella domanda tanto semplice che da un mese a questa parte tormenta gli appassionati di calcio del Pianeta: ma perché proprio il Qatar? Nel dicembre scorso i vertici della Fifa hanno assegnato al piccolo emirato l’organizzazione del mondiale 2022 suscitando un oceano di perplessità. Dubbi irrisolti ai quali ha tentato di fornire una prima risposta il Wall Street Journal citando in esclusiva documenti interni del comitato promotore: Doha, si intuisce alla luce delle affermazioni del quotidiano Usa, si sarebbe, seppure legalmente, comprata l’assegnazione.

Il regolamento Fifa proibisce ovviamente di “ammorbidire” la resistenza dei membri del suo direttivo attraverso donazioni e finanziamenti di vario genere ma non vieta affatto di intraprendere operazioni di grande impatto nei Paesi di appartenenza dei suddetti. Esattamente quello che è accaduto nell’occasione. A muoversi sarebbe stata in primo luogo la Qatar Aspire Academy for Sports Excellence, un’importante istituzione di formazione che opera come talent scout di giovani calciatori controllata dalla famiglia reale locale. L’ente avrebbe pianificato già nel 2009 un’espansione delle proprie attività in Thailandia, la patria, ricorda il quotidiano, del dirigente Fifa Worawi Makudi, uno dei 24 grandi elettori della federazione. Makudi, sostengono fonti interne, avrebbe votato proprio per il Qatar nel ballottaggio finale che vedeva gli Stati Uniti opposti all’emirato.

Una strategia analoga ha interessato anche dieci nazioni africane tra le quali Camerun, Nigeria e Costa d’Avorio, i tre componenti continentali del Comitato esecutivo della Fifa. Dal 2009 a oggi, segnalano i documenti interni, l’Aspire Academy di Doha risulta operativa in 15 Paesi. Sei di questi sono anche elettori. Ma l’attività dell’accademia non è tutto. L’emirato, prosegue il Wall Street Journal, avrebbe elargito compensi milionari ai volti noti ingaggiati per promuovere la sua candidatura. Per l’impegno dell’ex calciatore francese Zinedine Zidane, dicono i documenti, si ipotizzarono inizialmente 900 mila euro. Alla fine, segnala tuttavia una fonte interna al comitato del Qatar, l’ex capitano transalpino avrebbe intascato 3 milioni di dollari.

Il costo complessivo dell’operazione “mondiale” di Doha non è noto e, probabilmente, non lo sarà mai visto che il Qatar si è rifiutato di renderlo pubblico. Di certo, però, si sa che il budget 2010 prevedeva di destinare 43,3 milioni di dollari per il marketing e le altre spese. Per assicurarsi l’edizione 2018 la Russia ne ha spesi 30, gli australiani 45, ma da distribuire su due anni. Gli Stati Uniti ne hanno sborsati appena 10.

Come detto, nel comportamento del Qatar non ci sarebbe nulla di illecito. Il che, di fatto, rappresenta forse il vero nocciolo della questione. “La spesa – evidenzia il WSJ – getta luce su come i regolamenti Fifa lascino la porta aperta agli aspiranti candidati permettendo a questi ultimi di aprire il portafoglio per esercitare un’influenza indiretta sul ristretto gruppo dei decisori”. Un sistema sufficientemente valido per sconfiggere non solo l’aspetto della meritocrazia ma anche il più ovvio buon senso. Lo stesso che sconsigliava di assegnare l’onere del mondiale a un angolo di Pianeta caratterizzato da condizioni climatiche a dir poco impraticabili (si parla di ovviare al problema facendo disputare il torneo in inverno) e da una spaventosa carenza infrastrutturale. Per presentarsi all’evento con adeguati impianti di nuova costruzione, stima ancora il quotidiano Usa, gli emiri dovranno investire qualcosa come 50 miliardi di dollari.