Brucia la stazione dei treni di Tunisi, bruciano le carceri della Tunisia. A Monastir, sulla costa orientale del Paese, almeno 57 prigionieri sono morti nell’incendio divampato la scorsa notte nel carcere cittadino. A Mahdia, 140 chilometri a sud di Tunisi, gli abitanti parlano di decine di prigionieri uccisi mentre cercavano di scappare dalla prigione. Notizie simili arrivano anche da Bizerta e Mahdia. La fuga del presidente Ben Alì in Arabia Saudita non ha insomma fermato le violenze nel Paese. “E’ solo il primo passo – dice la gente – il secondo, quello che dobbiamo ancora ottenere, è la libertà”.

La capitale, ieri teatro di scontri tra polizia e manifestanti, oggi si è svegliata in un caos calmo. Ogni tanto qualche sparo. Il rumore degli elicotteri dell’esercito a controllare la situazione dall’alto. Camionette della polizia, carri armati dell’esercito, un gran dispiegamento di forze in avenue Habib Bourguiba, arteria principale del centro, in particolare davanti alla sede del ministero degli Interni, dove ieri erano scoppiati gli scontri tra polizia e manifestanti. Giovani poliziotti e forze di polizia in borghese controllano da ore le strade del centro, molte delle quali sono chiuse al passaggio. Girare per la città è diventato molto difficile. Nelle strade ci sono solo poliziotti. Controlli intensivi, perquisizioni, una macchina fotografica tra le mani può rivelarsi un grosso problema per chi cammina cercando di capire cosa stia veramente succedendo. Per il terzo giorno consecutivo quasi tutti i negozi sono chiusi. Chiusi anche quelli della medina, la città vecchia, dove si cammina in mezzo ai rifiuti.

Sorpassate le immondizie della vecchia Tunisi, ci si imbatte nelle centinaia di pietre e vetri rotti che riempiono le vie laterali all’avenue Bourguiba, nella Ville Nouvelle. Sono i resti della battaglia di ieri. Sono i segni delle violenze che, secondo alcune fonti autorevoli, sarebbero state causate proprio dalle forze di polizia vicine a Ben Alì. “Lui – raccontano – vuole creare instabilità nel Paese per poter poi tornare a governare in quanto unica persona capace di riportare l’ordine”. Ma diverse persone intervistate dicono con sicurezza che ormai la Tunisia ha girato pagina. Questa mattina in edicola non c’era il quotidiano di Stato La Presse de Tunisie. Tra i pochi giornali acquistabili c’era Le Quotidien, che titolava a tutta pagina: “La volontà del popolo trionfa”. Un fatto insolito, quasi inedito per questo Paese abituato a non parlare, a non criticare mai il regime. “Qualsiasi cosa succederà, non è più possibile tornare indietro – dice un giornalista locale – la gente ha deciso che vuole la libertà e la otterrà, anche se adesso si apre un fase molto complicata e pericolosa”.

Il punto di partenza dovrebbe essere la formazione di un governo di unità nazionale, in cui possano entrare a far parte tutti i soggetti politici, anche quelli finora esclusi dal regime. E proprio a questo proposito, poco fa il capo del Partito Democratico Progressista (Pdp), Mohammed Nejib Chebbi, ha detto che il premier, Mohammed Gannouchi, gli ha offerto di entrare nel governo di unità nazionale. “In seguito – ha aggiunto Chebbi – si dovranno tenere elezioni libere sotto controllo indipendente e internazionale”. Le elezioni si terranno tra 60 giorni e non nel 2014, come annunciato ieri da Gannouchi. Lo ha dichiarato oggi il presidente del Parlamento, Fouad el-Mabzaa, che come previsto dalla Costituzione tunisina ha assunto temporaneamente i poteri presidenziali. A Tunisi è l’ora del coprifuoco. Per le strade non c’è più nessuno. Si sentono spari in lontananza. I militari hanno appena finito di rimuovere dal centro città le grandi foto di Ben Alì.

di Stefano Vergine