Stangata per il “re dei videopoker”. Diciotto anni di carcere. Si è concluso il primo processo per l’imprenditore Gioacchino Campolo, accusato di alcune estorsioni aggravate dalle modalità mafiose. La seconda sezione penale del tribunale di Reggio Calabria ha emesso la sentenza di primo grado.

Pesante condanna per un pezzo da novanta della città dello Stretto che, per decenni, ha sguazzato in quella zona grigia, linfa della ‘ndrangheta reggina e della provincia. Dopo cinque ore di camera di consiglio, il presidente Olga Tarzia ha letto il dispositivo. Una sentenza esemplare che Gioacchino Campolo, probabilmente, si aspettava dopo la requisitoria del pubblico ministero Beatrice Ronchi, che aveva chiesto 21 anni di reclusione. Ora il tribunale dovrà depositare entro 90 giorni le motivazioni della sentenza.

Ha retto l’impianto accusatorio della Direzione distrettuale antimafia, che ha messo a segno un colpo importante nella lotta alla ‘ndrangheta. Altre volte, Campolo è finito sotto processo ma ne è uscito sempre assolto per insufficienza di prove, come una decina d’anni fa quando era stato indagato per usura dopo il suicidio di un commerciante che aveva lasciato un biglietto con le motivazioni del folle gesto. Il pm Ronchi è riuscita a dimostrare la solidità delle indagini della Guardia di Finanza. Stando alle accuse, il “re dei videopoker”, monopolista nella provincia di Reggio Calabria, avrebbe imposto ai titolari del “Punto Snai” di Modena (un quartiere di Reggio Calabria) e a una sala giochi nei pressi degli ospedali Riuniti l’installazione delle sue macchinette “mangiasoldi”. Un reato che l’imprenditore, per quanto riguarda il primo episodio, avrebbe commesso assieme a Gaetano Andrea Zindato, rampollo dell’omonima cosca reggente nella zona sud della città, condannato in primo grado a nove anni di carcere. Per quanto riguarda la sala giochi, invece, Campolo avrebbe imposto i suoi videopoker grazie all’influenza del boss Mario Audino, ucciso nel 2003.

Difeso dagli avvocati Francesco Calabrese e Giovanni De Stefano, inoltre, l’imprenditore avrebbe approfittato anche dei dipendenti della sua ditta “Are”. Questi ultimi, infatti, sarebbero stati costretti ad accettare condizioni di lavoro assurde. Stando alla testimonianza di alcuni di loro, gli inquirenti hanno dimostrato che Campolo faceva firmare buste paga superiori alle cifre veramente versate ai dipendenti, che non avevano diritto alle ferie, allo straordinario retribuito, alla tredicesima e alla quattordicesima.

L’inchiesta della Dda ha portato nei mesi scorsi al maxi-sequestro di un vero e proprio impero. Immobili per un valore di oltre 330 milioni di euro sono stati strappati al “re dei videopoker” che aveva concesso un cinema in comodato d’uso gratuito all’ex sindaco di Reggio Giuseppe Scopelliti, oggi governatore della Calabria. Un cinema diventato la segreteria del politico per le amministrative del 2007.

Sotto sequestro anche un’immobile nei pressi della villa Comunale, su corso Garibaldi, che ospita il tribunale di Sorveglianza. Il ministero della Giustizia, in sostanza, pagava da anni l’affitto a Gioacchino Campolo ritenuto – è scritto nel decreto di sequestro preventivo emesso nell’estate del 2008 – “contiguo ad ambienti della ‘ndrangheta reggina; presunto favoreggiatore di alcuni ricercati della Piana di Gioia Tauro (ed in particolare di Giuseppe Ferraro); compare del boss Antonino Imerti detto “Nano feroce” ed appartenente alla consorteria mafiosa condelliana”. Un personaggio ambiguo che, nel 2004, “ha affittato un immobile di proprietà sito in via Fiorentini a Giorgio De Stefano, alias ‘l’avvocato’. Circostanza che lascia supporre un avvicinamento all’area destefaniana della ‘ndrangheta reggina”.

Proprio un boss della cosca di Archi, Orazio De Stefano, protagonista della seconda guerra di mafia, è stato uno dei testimoni della difesa. Che, collegato in videoconferenza dal carcere di Parma qualche settimana fa, ha dichiarato al giudice di non conoscere Gioacchino Campolo e di non aver mai avuto a che fare con lui. Lo stesso Orazio De Stefano che, stando alle dichiarazioni di un pentito, ha scongiurato anni fa un progetto di attentato al “re dei videopoker”. Nel corso della deposizione del boss, una delle poche da quando è stato arrestato nel febbraio 2004, il pm Ronchi ha ricordato a Orazio De Stefano che è sotto processo per associazione mafiosa chiedendogli se fa parte di qualche cosca. “Dottoressa, queste sono domande private” è stata la risposta del mammasantissima di Archi.

di Lucio Musolino