I risultati del referendum Fiat arriveranno questa sera tardi. Alcune cose, però, si possono già dire.

Con i “sì” superiori al 70 per cento, Sergio Marchionne stravince. Se i consensi all’accordo su Mirafiori si fermano sotto il 60, la vittoria è della Fiom di Maurizio Landini (che, in quella metà di operai che sono iscritti ai sindacati dentro la fabbrica, vale soltanto il 13). I risultati intermedi sono un dignitoso pareggio per la Fiom e un po’ imbarazzanti per l’azienda.

E se i “no” saranno superiori alle attese, in gran parte sarà responsabilità anche di Silvio Berlusconi e delle sue uscite nelle ultime ore, “penso che al referendum prevarrà con percentuale elevata il sì, ossia il buonsenso”, ha detto ieri. E prima ancora, da Berlino, “se vince il no, è giusto che la Fiat lasci l’Italia”. Invece, nei lunghi mesi precedenti, soltanto silenzio.


Perché Berlusconi adesso sta con Marchionne? La domanda non è peregrina. I due sono, da un certo punto di vista, concorrenti: entrambi, in senso lato, “di destra”, entrambi imprenditori, entrambi con ambizioni che non si fermano al bilancio ma prevedono una rivoluzione culturale che parte dall’economia. Anche Berlusconi, per qualche mese, ha coltivato il sogno di essere lui il salvatore della Fiat, prima che arrivasse Marchionne nella primavera 2004.

Ed è lecito pensare che Berlusconi abbia temuto la concorrenza di Marchionne in questi mesi, come “uomo del fare” che, a differenza di lui, qualcosa faceva davvero, accolto da Barack Obama come al Cavaliere non è mai capitato.

L’amministratore delegato della Fiat, con la sua denuncia dell’immobilismo italiano (corretta o meno che sia), certifica che la rivoluzione berlusconiana non è mai arrivata, che il programma con cui il Berlusconi imprenditore è diventato politico è rimasto lettera morta. Che 16 anni sono passati invano.

Con un po’ di ritardo, probabilmente distratto da altre faccende (Corte costituzionale e ragazze minorenni), il Cavaliere ha capito che il voto di oggi rischia di essere davvero epocale, una riga tracciata tra le illusioni diffuse dai berluscones sul “noi stiamo meglio degli altri” e la presa di coscienza collettiva che da domani andrà peggio, non soltanto per gli operai alla catena di montaggio di Mirafiori.

Il referendum segna l’inversione di tendenza: a prescindere dal giudizio che se ne dà, chi fa o pensa di fare l’operaio sa che il suo lavoro sarà più pesante (fisicamente) di quello della generazione precedente. I diritti e gli spazi di democrazia hanno iniziato a contrarsi da tempo, almeno dieci anni prima dell’arrivo di Marchionne al Lingotto, ma ora torna a crescere anche l’usura fisica. Altro che la fabbrica dei robot prevista negli anni Ottanta (come spiega Giorgio Meletti nel suo pezzo di oggi).

Per questo Berlusconi tenta, in extremis, di intestarsi parte della spinta rivoluzionaria di Marchionne, presentandosi come lo sponsor politico della contro-rivoluzione industriale partita da Pomigliano d’Arco e continuata a Mirafiori invece che uno degli ostacoli che il manager italo-canadese cerca di spianare.

Ma Berlusconi, come tutta la politica, di questa vicenda è stato soltanto uno spettatore spesso disinteressato. Fare il tifo – questo vale anche e soprattutto per il ministro del Welfare Maurizio Sacconi – non significa fare politica.