Qualche giorno fa sulle pagine di Repubblica di Palermo, Roberto Alajmo analizzando la situazione del Teatro Stabile, proponeva al suo direttore artistico, un atto di eroismo “mettersi una mano sulla coscienza e dimettersi”. Un atto di intelligenza, non certo di generosità, dato che Piero Carriglio ha gestito il teatro Biondo, in diverse fasi, dal lontano 1978 e certamente non può tirarsi fuori dalla responsabilità di questo tracollo. Sono tante le domande che ci poniamo: chi ne pagherà le spese? Perché i bilanci del teatro non sono mai stati resi pubblici, ancor sollecitati da interrogazioni consiliari (a partire da quella recente di Fabrizio Ferrandelli?) La responsabilità di un buco di 5 milioni di euro su chi sarà fatta ricadere? Sui lavoratori, sulle maestranze, sulle professionalità di cui il teatro stabile dispone? O su chi lo ha gestito come un carrozzone, senza alcuna ricaduta culturale e sociale sulla città?

Recentemente avevamo anche appreso che il Comune aveva intenzione di donare alla Fondazione Teatro Biondo l’ennesimo spazio delle Carmelitane in piazza Magione, probabilmente per usarlo come ipoteca per le banche: un edificio stimato 4 milioni di euro dato in ostaggio a un teatro che vive in maniera parassitaria, con meno abbonati in Italia! Ma che soluzione scellerata sarebbe questa?

Palermo è da tempo metafora di una città mal governata, che vive un declino morale prima che culturale profondissimo. Non ci illudiamo, il potere di chi comanda anche dentro il teatro Biondo è grande. Prova ne sia il silenzio che ha spesso accompagnato a più riprese questa vicenda. Perché a Palermo, il ricatto del potere sulla carriera degli artisti, sulla credibilità della borghesia intellettuale è forte. Fortissimo. E tutti lo sappiamo. Ed è difficile rompere con questo sistema che divora le migliori menti, che cerca di cancellare tutto ciò che luccica. Ma con questo modus vivendi nessuno si salverà, alla fine tutti saremo “anime morte”. Forse invece, si può aprire una pagina nuova, si può chiedere maggiore serietà e trasparenza, e legalità, nei criteri e nella gestione degli spazi pubblici. Modelli virtuosi, innovativi, che pretendano qualità, come avviene in mezza Europa, soprattutto per mano di giovani direttori artistici.

Le dimissioni di Carriglio sono un atto dovuto verso la città. Ma non bastano. Serve un azzeramento. Serve una moratoria, che imponga alle istituzioni regole nuove, criteri condivisi con gli artisti, le compagnie, gli operatori dell’arte e della cultura. Serve un ricambio generazionale che apra le porte del teatro stabile ai talenti di cui questa città dispone, quelli che mezzo mondo ci invidia, e che qui sono invisibili, come Emma Dante. Se non vogliamo morire sommersi dal fetore, prima che dalla munnizza.