Sono abbastanza vecchia da ricordare le lotte operaie e le sudate conquiste degli anni Settanta. Ho partecipato da studentessa a tante manifestazioni con gli operai e ne ho conosciuti personalmente molti, quando ancora a Milano c’erano le fabbriche, come la gloriosa Alfa Romeo. Ricordo bene anche la marcia dei 40mila colletti bianchi Fiat a Torino, nel 1980: gli stessi che un decennio dopo sarebbero stati mandati a casa senza tanti complimenti, esattamente come le tute blu che avevano contribuito a ostracizzare. Li avevo intervistati, allora, quadri e impiegati, e ricordo il loro stupore, prima ancora che il dolore, per essere stati buttati via come ferri vecchi dalla fabbrica-famiglia cui avevano dedicato la vita.

Mai, però, avevo visto una scena come quella trasmessa ieri sera al Tg3: un vecchio operaio Fiat che piangeva davanti a Mirafiori. Non piangeva per sé stesso, ora evidentemente in pensione, ma per i suoi giovani compagni umiliati e offesi, per la perdita di quei diritti che aveva contribuito ad acquisire e che oggi non valgono più. E ho pensato che i diritti, una volta acquisiti, vanno difesi: tutti, anche quelli che ci sembrano ovvii, perché ci sarà sempre un Marchionne pronto a cambiare le regole del gioco, sulla nostra pelle e soprattutto su quella dei nostri figli.