La Sala Borsa di Bologna

Devid , 23 giorni di vita, il neonato morto nella piazza coperta “Sala Borsa” di Bologna lo scorso 5 gennaio, è scomparso per una broncopolmonite. Trascurata e maturata nell’arco di cinque giorni, fino a quando ha smesso di respirare. Lo dice l’autopsia. E’ morto per strada, dove il padre dice che non abitavano, ma dove in realtà trascorrevano le giornate, talvolta le notti.

Secondo i magistrati c’è stato un malfunzionamento nei servizi sociali, gli stessi che avevano fatto del capoluogo emiliano romagnolo un punto di riferimento in tutta Italia.

A tale riguardo la lettura più interessante l’ha data Ugo Pastore, procuratore del tribunale per i minori: “Due anni fa, quando sono arrivato in città, la prima cosa che ho detto è che i servizi sociali non funzionavano”. I bolognesi lo guardavano come fosse un marziano: “L’ho detto e ho incontrato, a suo tempo, i responsabili dei servizi del Comune”. Dopo queste parole anche il commissario Anna Maria Cancellieri ha fatto marcia indietro: “Non c’è un collegamento con il caso, ma ci siamo resi conto già da tempo che alcune cose vanno cambiate, il decentramento è importante, il quartiere deve essere vicino ai cittadini, ma il coordinamento degli interventi sfugge al centro. Certo, quando ci sarà la politica riuscirà a mediare, ma oggi il centro non controlla, non coordina, quindi lasceremo un progetto di riforma del livello centrale e proporremo l’unificazione delle Asp. La macchina va oliata, ce ne siamo resi conto. Anche se in questo caso non bisogna tirare la croce addosso ai servizi, hanno fatto il massimo, ma le segnalazioni sulla famiglia di Devid sono rimbalzate da un ufficio all’altro, da un quartiere all’altro”.

Parole che basterebbero a spiegare cosa è successo. Anche se il padre del bambino, per paura di perdere gli altri due, continua a dire che la sua famiglia aveva una casa e che non dormivano al freddo. Ma la diagnosi di Walter Grigioni, direttore dell’Unità Operativa di anatomia patologica del Policlinico Sant’Orsola che ha eseguito l’autopsia è stata broncopolmonite. Insomma, il neonato passato dall’incubatrice alla strada è morto per il gelo.

All’interno dell’amministrazione comunale sono tutti pubblicamente arroccati sul “abbiamo cercato di assisterli ma hanno rifiutato ogni intervento”, ma nel privato le parole cambiano. Sembra che l’assistenza alla madre di Devid sia saltata per ben 5 giorni. L’ultima segnalazione è arrivata dall’Azienda pubblica di servizi alla persona Poveri vergognosi che li ha visti a un cenone il 31 dicembre. Poi non si è saputo più niente.

I frati minori che in città assistono chi vive per strada consigliano sempre: “se vuoi essere seguito è meglio se ti fai la residenza in un Comune della Provincia. Li i servizi si fermano, ti chiamano a casa. C’è la capacità di capire la persona. Cosa dice e cosa non dice che molte volte è più importante. A Bologna non succede più. C’è troppa gente in difficoltà.”

Lo sbando in cui versano i servizi sociali felsinei è stato ribadito anche nella conferenza stampa che si è tenuta l’11 gennaio in comune. In quell’occasione erano assenti le figure chiave di questa storia: Chiara Perale, direttrice del quartiere Santo Stefano che aveva la prima responsabilità di seguire la donna e Davide Massimo Minguzzi, direttore del settore sociale erano assenti.

E’ intervenuta invece la direttrice dei servizi Maria Grazia Bonzagni che poco sa e deve sapere del caso specifico.

La situazione diventa lampante se si leggono i dati dai servizi sociali appena pubblicati sul sito dal Settore Programmazione e Controllo del Comune di Bologna. In questi ultimi anni la spesa dei servizi è aumentata vistosamente ma il servizio alla persona è si è ridotto. Tutto questo solo perché le stesse prestazioni si pagano molto più care.

Ora, prima che il cerchio si chiuda un’altra volta su chi non può difendersi, come nel caso del piccolo Devid, e tutte le responsabilità cadano sui genitori (Claudia e Sergio) che non hanno santi in paradiso e continueranno a non avere niente, qualcuno qualche altra responsabilità dovrebbe assumersela.

di Emiliano Liuzzi e Antonio Amorosi