L’8 gennaio, anniversario dell’uccisione di mio padre, come ogni anno è per me e per la mia famiglia un giorno difficile, pieno di emozioni contrastanti. Alla gioia di ricordare Beppe Alfano e di sentire gli scroscianti applausi dei cittadini onesti accorsi da tutta la provincia e persino da diverse parti d’Italia ben distanti da Messina per manifestare il proprio categorico rifiuto nei confronti della mafia, si mischia l’angoscia dei momenti che si rivivono. E’ lo strazio di ricordare l’ultima frase, l’ultimo sguardo, l’ultimo abbraccio prima degli spari dell’8 gennaio 1993. E’ una lotta personale per tenere stretti a noi tutti i dettagli e far sì che mai l’oblio possa intaccare la memoria di mio padre e il suo contributo.

Quello di quest’anno è stato un anniversario particolare perchè sul delitto di mio padre e sulla situazione barcellonese ci sono delle importanti novità giudiziarie e investigative che vanno attentamente vagliate. Intanto la richiesta di archiviazione delle indagini sui mandanti occulti presentata dalla Procura distrettuale antimafia è stata rigettata nei mesi scorsi dal Gip del Tribunale di Messina, anche sulla base delle dichiarazioni rese ai magistrati della Dda di Messina dall’ex sostituto procuratore di Barcellona Pozzo di Gotto Olindo Canali, che fu il primo ad occuparsi delle indagini e che sostenne l’accusa nel processo in Corte d’Assise. Canali, infatti, ha dichiarato che la sera dell’8 gennaio 1993, nella città in cui con tre colpi di pistola fu ucciso mio padre, c’erano il Ros, il Sisde e lo Sco.

Secondo Canali, questi apparati (presenti con numerosi uomini), non si trovavano a Barcellona per arrestare il super latitante Nitto Santapaola (che proprio in quel periodo, come aveva appurato mio padre e come dimostrato nelle settimane successive alla sua morte da centinaia di intercettazioni ambientali, “soggiornava” beatamente in città con buona pace delle istituzioni locali e di appartenenti alle forze dell’ordine, a pochi metri da casa nostra e dall’abitazione di Canali), ma per “fargli mancare il terreno sotto i piedi”. Queste affermazioni, oltre a confermare i nostri sospetti sul coinvolgimento dei servizi segreti nelle vicende barcellonesi in relazione all’omicidio di mio padre, ci danno la misura di quanto potente sia la mafia barcellonese e di quanto forti e radicati siano i suoi legami con gli apparati istituzionali. I servizi segreti hanno depistato le indagini sull’omicidio Alfano: questo è un dato di fatto incontestabile. Quindi, chi nel 2003, quando abbiamo chiesto che si riaprissero le indagini, ci ha appellati come “pazzi” o “visionari”, adesso dovrebbe esclusivamente chiedere scusa o quantomeno tacere per la vergogna.

Eppure, nonostante tutto questo, alcuni (non troppi a dire il vero) a Barcellona Pozzo di Gotto sembrano avere ancora molta difficoltà a riconoscere che la vittima innocente del perverso gioco di collusioni che attanaglia la vita sociale della città è Beppe Alfano, così come vittime dello stesso sistema sono Attilio MancaAdolfo Parmaliana. C’è ancora chi dice che il cronista Alfano non ha mai scritto di nulla, e che è stato ucciso da qualche “cornuto” o dal padre di qualche ragazzina che il professore Alfano avrebbe “molestato”. C’è ancora chi ha il coraggio di negare quanto emerso in diciotto anni di battaglie legali, che hanno portato alle condanne dell’organizzatore del delitto e del killer. Diciotto anni in cui la mia famiglia, con il preziosissimo aiuto dell’avvocato Fabio Repici, ha tentato di squarciare il velo di omertà che ricopre e soffoca la provincia di Messina.

La provincia “babba” in cui sono morti ammazzati non solo Beppe Alfano, Graziella Campagna e Matteo Bottari, ma anche le vittime della lupara bianca che in questi giorni “riaffiorano” dal “cimitero della mafia” rinvenuto nel territorio di Mazzarrà Sant’Andrea, vicino Barcellona Pozzo di Gotto. Il ritrovamento di questo cosiddetto “cimitero della mafia” riporta alla luce l’impegno del cronista Beppe Alfano, da molti dimenticato, sulla vicenda delle vittime della lupara bianca. Nell’estate del 1991, infatti, mio padre aveva intensificato la stesura di articoli su questi fatti, articoli frutto della sua iniziativa di indagine sulle cosche barcellonesi, e aveva portato alla luce la verità sulle misteriose sparizioni di molti giovani barcellonesi: gli stessi che oggi vengono ritrovati a Mazzarrà Sant’Andrea. Ci sono voluti vent’anni per dargli ragione.

Barcellona ancora una volta è passata agli onori delle cronache nazionali e purtroppo nel modo e per i motivi peggiori. E non certo per colpa del cronista che ha il dovere di riferire ed informare. Non è la stampa ad incoraggiare, facendo da cassa di risonanza all’industria del crimine. Solo cervelli distorti o peggio ancora illanguiditi da puerili illusioni possono pensare di credere simili balordaggini“. Così scriveva mio padre vent’anni fa. Spero che Barcellona prenda atto del fatto che queste parole, oggi, sono molto più che attuali. Le domande retoriche rivolte da Beppe Alfano ai suoi lettori, sono le stesse che ancora oggi noi ci poniamo. Chi vuole nascondere la realtà? Perchè? Chi si cela, malamente, dietro loschi interessi? Chi pensa che un cronista che fa il suo lavoro, raccontando la realtà locale, possa nuocere alla città?

L’8 gennaio 2011, in una sala gremita di quasi 400 persone per la commemorazione di Beppe Alfano, ho invitato i cittadini di Barcellona Pozzo di Gotto a isolare i mafiosi e i loro complici. Sono state pubblicamente denunciate vicende la cui gravità dovrebbe scuotere l’intera nazione. C’è, a Barcellona Pozzo di Gotto, un imprenditore e politico storicamente e attualmente colluso con la mafia barcellonese. Si chiama Maurizio Marchetta, noto esponente della massoneria barcellonese. La sua impresa – risulta da atti giudiziari – è la principale impresa del gotha mafioso barcellonese, oltre ad essere stata coinvolta in sistematiche turbative d’asta negli appalti pubblici. Eppure Marchetta viene celebrato, con la responsabilità della Dda e della Squadra mobile di Messina, come imprenditore antiracket. Tanto antiracket che le ferie dell’estate 2002 le trascorse in crociera col capomafia barcellonese Sem Di Salvo. Oggi Marchetta viene accompagnato nei suoi spostamenti da poliziotti dell’ufficio scorte della Questura di Messina. Provo sincera compassione per quei poliziotti, costretti da una Stato spudoratamente complice, a proteggere l’amico dei mafiosi.

Barcellona Pozzo di Gotto è anche la città dell’attuale procuratore generale di Messina, Antonio Franco Cassata, storico amico e mentore dell’organizzatore dell’assassinio di mio padre, il boss Gullotti. Durante la latitanza di Gullotti, Cassata fu beccato da due carabinieri a conversare con la moglie del boss e quando dovette dare spiegazioni al riguardo ad un indolente Csm mentì spudoratamente. Ma naturalmente il Csm fece finta di niente. La roba da non credere è che Cassata e Marchetta, il magistrato amico dei mafiosi e l’imprenditore colluso con la mafia, condividono la stessa scorta apprestata per loro e per altri dalla Questura di Messina.

Questo 8 gennaio si è parlato anche di un’altra persona. Il suo nome è Rosario Pio Cattafi e secondo moltissime e convergenti risultanze investigative, raccolte nell’arco di oltre due decenni con tonnellate di riscontri, è l’uomo che per la mafia barcellonese e per quella catanese di Santapaola ha tenuto e tiene i rapporti con le istituzioni. In preferenza, con magistrati e carabinieri. Naturalmente, Cattafi è amico di Cassata (risulta da atti ufficiali) e di Marchetta. Anzi, di quest’ultimo è una sorta di padrino. Ci sono relazioni di servizio di investigatori che hanno attestato i loro rapporti. Una commissione prefettizia nel 2006 accertò anche che Marchetta, al tempo vicepresidente del consiglio comunale di Barcellona P.G., era l’uomo che garantiva a Cattafi le entrature nell’amministrazione comunale. Ma questo non bastò al ministro Amato e al governo Prodi a decretarne lo scioglimento per infiltrazioni mafiose. Domenica prossima pare che il presidente della Camera Gianfranco Fini sarà a Messina. Spero per lui che non gli facciano trovare al suo fianco, approfittando della sua ignoranza di uomini e cose di quel territorio, amici di mafiosi con la scorta di Stato.

Ho concluso invitando i cittadini di Barcellona a smettere di essere ossequiosi con chi infanga le vittime di mafia, aggredisce verbalmente o a suon di querele e diffida i familiari di onesti cittadini assassinati dalla criminalità organizzata, la massoneria, la politica, le istituzioni e gli apparati deviati. E’ un invito che rinnovo oggi: abbiate il coraggio e la forza di osservare i fatti e non cedere alle lusinghe dei potenti, o vi trascineranno in un circolo vizioso che non lascia scampo alla dignità. Dei morti e dei vivi.

Quest’anno a Barcellona c’erano anche tanti barcellonesi. Non è, come potrebbe sembrare, cosa da poco. Alcuni di loro ci hanno aiutato nell’organizzazione dell’evento, mettendoci la faccia e dimostrando a tutti da che parte hanno deciso di stare. No, non è cosa da poco. E a loro, ai miei concittadini, a loro che hanno voluto bene a Beppe Alfano e a Barcellona Pozzo di Gotto e che ora stanno uscendo allo scoperto con coraggio e passione, a loro va il mio grazie.