Il dipartimento della giustizia americana ha ordinato a Twitter di fornirgli tutti i dati e le informazioni in suo possesso in relazione ad una serie di accounts facenti capo a Julian Assange, Brigitta Jònsdottir (la parlamentare islandese promotrice della Icelandic Modern Media Initiative), Bradley Manning (il soldato accusato di aver comunicato a Wikileaks le informazioni trafugate dagli archivi del Pentagono) ed altri attivisti di Wikileaks.

L’ordine, stando a quanto si apprende, sarebbe stato trasmesso a Twitter il 14 dicembre scorso con esplicita richiesta di non informare neppure i titolari degli account oggetto di investigazione dell’ordine stesso. Successivamente, tuttavia, il 5 gennaio, la consegna del segreto verso i titolari degli account sarebbe stata revocata e questi ultimi sarebbero stati, quindi, informati dell’indagine in corso. Stando a quanto si legge nell’ordine di acquisizione delle informazioni presso Twitter, i dati e le informazioni richieste risulterebbero necessari nell’ambito di un procedimento penale attualmente pendente.

Il Dipartimento della Giustizia statunitense, dopo settimane di attesa e minacce indirette, sembrerebbe, dunque, aver rotto ogni indugio ed essere ora intenzionato a trascinare Julian Assange e quanti lo hanno sin qui supportato, sul banco degli imputati, anche se non è dato sapere quale sia esattamente il reato contestatogli. Si tratta, tuttavia, presumibilmente di cospirazione in danno degli Stati Uniti d’America. Siamo ad un passo da un’autentica dichiarazione di guerra all’informazione del XXI secolo.

Il dipartimento della Giustizia Usa, quello del presidente Barack Obama che aveva manifestato l’intenzione di dar vita alla più trasparente amministrazione nella storia degli Stati Uniti d’America, chiede ad un fornitore di servizi di comunicazione elettroniche di fornirgli dati ed informazioni relativi all’attività online svolta da una parlamentare di un paese straniero.
Si tratta, come ha già annotato il ministro dell’Interno islandese di un fatto gravissimo, soprattutto se si considera che il crimine per il quale si procede consiste, nella sostanza – in attesa di conoscere la contestazione formale – nell’aver contribuito alla diffusione di informazioni di indubbia rilevanza per l’opinione pubblica, ma classificate come segrete dalla stessa amministrazione procedente.

E’ difficile – peraltro senza conoscere regole e riti del diritto statunitense – prevedere come andrà a finire e, soprattutto, capire se l’amministrazione Usa sta “solo” mostrando i muscoli e cercando goffamente di fare terra bruciata attorno a Julian Assange o, piuttosto, crede davvero di poter portare alla sbarra Wikileaks ed addirittura la parlamentare islandese, rea, per quanto sin qui noto, di aver proposto un disegno di legge volto a trasformare l’Islanda in un “paradiso dell’informazione”.

E’, però, fuor di dubbio che soffia vento di guerra dagli Usa e che la guerra in questione, quella che potrebbe scoppiare nelle prossime ore, sarebbe uno dei conflitti più “immateriali” della storia dell’uomo ma, ad un tempo più devastanti: si tratterebbe, infatti, di una guerra a colpi di informazioni contro l’informazione. Troppo difficile, stando seduti da questa parte dell’oceano, capire chi ha ragione e chi ha torto a norma di legge e, persino, se ed in che misura sia il diritto americano a dover essere utilizzato per dirimere il conflitto ma, è egualmente difficile non trovare miope e donchisciottesca la reazione statunitense.

Julian Assange e Wikileaks non sono che la punta dell’iceberg di un universo dell’informazione che, ormai, si è fatto largo nell’oceano della Rete. Metterli a tacere – ammesso che ciò sia possibile – non varrà a tornare indietro nel tempo ed a restituire al segreto di stato l’impenetrabilità di ieri. E’ facile prevedere che il posto di Wikileaks e dei suoi verrà presto preso da altri che, magari, questa volta, agiranno con il volto coperto sotto un passamontagna digitale e sfrutteranno le leggi, non lontane a venire, di un paese che, come l’Islanda, scelga di ergersi a paradiso della libertà di informazione e di sfidare, così, le leggi americane, proprio come, sino a ieri, molti paesi costituiti da pugni di sabbia nell’oceano, hanno sfidato i regimi tributari delle nazioni più ricche e potenti.

E’ un peccato che tanta miopia politica – sfortunatamente diffusa nella gerontocrazia di Palazzo – abbia colpito anche l’amministrazione di Barack Obama, quella che si era candidata ad essere la più trasparente della storia e la protettrice degli informatori ed oggi, per uno strano scherzo del destino, si trova a combattere una guerra contro un “eccesso di trasparenza” o, piuttosto, contro un “abuso dei media e della libertà di espressione”.