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Cronaca | di Redazione Il Fatto Quotidiano | 8 gennaio 2011

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Rosarno un anno dopo, tutto è rimasto come prima. “Per cambiare bisogna avere i diritti”

Dodici mesi dopo la rivolta di Rosarno, la 'ndrangheta prosegue a comandare indisturbata. I ghetti sono scomparsi e ora i migranti vivono nei casolari abbandonati senza il minimo servizio



La prima cosa che i neri fanno a un anno dalla rivolta di Rosarno è rendere omaggio a un simbolo dell’antimafia calabrese, Peppino Valarioti. Un eroe della Piana di Gioia Tauro che solo loro non hanno dimenticato. La prima tappa del corteo di ieri mattina è stata proprio davanti all’abitazione di Valarioti. I migranti hanno incontrato l’anziana madre che non ha mai lasciato Rosarno dopo l’assassinio del figlio. La signora Caterina ha accolto gli immigrati e ha voluto una foto con loro.

Poco più distante, in mezzo ai manifestanti, l’ex sindaco Peppino Lavorato che di Valarioti era un grande amico prima ancora che compagno di partito. Era con lui, infatti, la sera in cui fu ucciso trent’anni fa. “Se ci fosse stato Valarioti sarebbe stato certamente alla testa di questo movimento”. Lavorato non ha dubbi: “Dal punto di vista simbolico è importante che ci sia una presenza democratica e civile”.

Prima il corteo a Rosarno e poi a Reggio Calabria. Da piazza Valarioti alla Prefettura passando per il corso Garibaldi, circa 500  immigrati  hanno rivendicato i loro diritti con una protesta civile, organizzata dalla Cgil e dalla rete “Radici”.  Il permesso di soggiorno ai migranti che lavorano nei campi del Sud, un piano agricolo della Piana di Gioia Tauro che rilanci l’economia e crei lavoro, ma anche un tavolo regionale su politiche dei migranti. Un tavolo che passa necessariamente dal superamento della legge Bossi-Fini che impone agli imprenditori agricoli di non poter assumere chi non ha il permesso di soggiorno che non viene concesso a chi non ha un contratto di lavoro.

Sono gli stessi migranti che un anno fa erano i protagonisti di una vera e propria rivolta. Gli stessi che erano scesi in piazza nel gennaio del 2010 e che avevano messo a ferro e fuoco la cittadina della Piana dopo l’ennesima aggressione a uno dei tanti braccianti africani, presi a colpi di pistola. Guerriglia urbana conclusasi con una città sotto assedio e con la chiusura dei ghetti dove vivevano ammassati gli africani che per pochi euro al giorno venivano sfruttati nelle campagne a raccogliere cassette d’arancia.

Diritti dei braccianti extracomunitari ma soprattutto diritti di lavoratori. A distanza di un anno a Rosarno non è cambiato nulla. I ghetti non ci sono, ma il disagio sociale di questi uomini resta. Adesso vivono nei numerosi casolari di campagna abbandonati. Anche trenta persone in uno stabile. “Non c’è quel clima di conflittualità – spiega don Pino De Masi, responsabile di Libera per la Calabria – . Ma i problemi sono rimasti. Il problema è legato al contesto in cui vivono, all’assenza di politiche agricole. Ma è una guerra tra poveri. I migranti devono essere visti come una ricchezza”.

Il caporalato, infatti, persiste anche tra di loro. Ogni bracciante paga giornalmente la mazzetta al suo connazionale che lo accompagna sul luogo di lavoro.  “La strada da percorrere – conclude De Masi – è quella dei diritti”. Una delegazione di immigrati, assistiti dal sindacato Cgil e dai responsabili della “rete Radici”, ha incontrato il viceprefetto Giuseppina Di Dio Datola che si è impegnato a porre al governo centrale il problema dei permessi di soggiorno invitando, inoltre, la giunta Regionale a organizzare l’accoglienza nell’area industriale. Nei prossimi giorni arriveranno una ventina di container che riusciranno a ospitare i primi 120 migranti. Il rischio, però,  è che, una volta arrivati queste case “mobili” non potrebbero essere utilizzate perché non ci sono gli allacci della luce e dell’acqua.

“In un anno – sostiene il segretario generale della Cgil Sergio Genco – la Regione Calabria è rimasta a guardare”. Le indagini sulla rivolta di Rosarno avevano portato, lo scorso maggio, all’arresto di numerosi imprenditori agricoli e di molti caporali stranieri. La ‘ndrangheta è rimasta sempre sullo sfondo in una terra dove anche le pietre rispondono a logiche mafiose. Eppure chi si avvantaggia della precarietà economica di un territorio sono proprie le cosche che a Rosarno portano nomi ben precisi: Bellocco e Pesce. “Qui, nella Piana di Gioia Tauro, c’è la ‘ndrangheta, – conclude il sindacalista – a Corigliano sono le cooperative”. Ma questa è un’altra storia.

di Lucio Musolino

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