Se non vogliamo raccontarcela in chiave consolatoria, Berlusconi ha stravinto la sfida all’O.k. Corral del mese scorso: Gianfranco Fini ormai sembra un pugile rintronato pronto per il ritiro, Pier Ferdinando Casini si arrampica sulla catasta delle parole senza senso di democristiana memoria (che vogliono dire tutto e il suo contrario) per non scontentare il suo primario appiglio di sopravvivenza (i vescovi), Pierluigi Bersani straparla di resistenze e guerre di liberazione come un disco rotto, Antonio Di Pietro e Italia dei Valori rischiano di finire impiccati al cappio delle scriteriate campagne di reclutamento che hanno imbottito la compagine di carrieristi che ripetono la giaculatoria dei “valori” ma poi non vedono l’ora di passare all’incasso.

Insomma, la trama del film (Sfida Infernale di John Ford, datato 1946, e del suo remake girato da John Sturges nel 1957) alla rovescia: Doc Holliday e lo sceriffo Wyatt Earp coi suoi fratelli presi a schioppettate nel fondoschiena in quel di Tombstone dal famigerato Billy Clanton e la sua banda di tagliagole ladri di bestiame, questa volta azzurrovestiti o con la camicia verde.

Ma come è stato possibile? Innanzi tutto perché l’opposizione ha sottovalutato incredibilmente la potenza di fuoco berlusconiana, intesa come cartucce caricate a dollaroni da spendersi nella campagna acquisti di parlamentari vaganti.

Soprattutto in quanto – ancora una volta – si è manifestato in piena e sconsolante evidenza lo sbilanciamento in termini di aggressività tra gli incommensurabili spiriti animali del Clanton-Berlusconi e il fighettismo da tenorini di chi voleva contrapporglisi. Perché Lui i chierichetti alla Enrico Letta, i conversi come Angelo Bocchino e Fabio Granata, in migrazione dal fascismo a qualcos’altro, o i bancari della politica tipo Massimo Donadi se li sbrana per aperitivo.

Dunque, l’opposizione politica ha fatto cilecca per l’ennesima volta.

Tutto perduto, allora? Dovremo predisporci a subire questo governo, che continuerà a fare danni per l’intero decorso della legislatura; oppure a elezioni anticipate, con i presunti “buoni” ormai in rotta e dagli esiti purtroppo prevedibili (un trascoloramento della composizione parlamentare dall’azzurro al verde-Lega)?

Eppure – a ben vedere – qualche segnale positivo lo si potrebbe scorgere. E senza dover sperare “nello scorrere del tempo e – quindi – nel fatto che Berlusconi ormai è tenuto insieme con gli spaghi e i riporti…” o senza scrutare nei grovigli della fantapolitica alla ricerca di un Settimo Cavalleggeri che giunga a salvarci da qualche set lontano, ad oggi invisibile. Ossia, risoluzioni del problema italiano all’arrivano i nostri che non scioglierebbero i nodi scorsoi di un viluppo avvelenato, che deve essere tagliato politicamente. In primo luogo per evitare che il contagio continui a produrre i suoi effetti anche dopo.

Il segnale positivo di cui si diceva è che se l’opposizione politica si è fatta gassosa, cresce in densità e intensità l’opposizione sociale. Contro cui gli uffici “colpi bassi e porcate” al servizio del Cavaliere hanno dimostrato di potere ben poco, quasi nulla. Il “metodo Boffo” ha massacrato il Fini futurista, impaurito Emma Marcegaglia con annessa Confindustria, aleggia a mo’ di spada di Damocle sulla testa e sul ciuffetto alla Tintin del Giulio Tremonti, che tenterebbe di giocare in proprio (o in tandem con Umberto Bossi). I ventilatori di liquami non sono riusciti a seppellire i lavoratori in lotta per sacrosanti diritti democratici, non hanno confuso le idee agli studenti che reclamano con nuova forza e ritrovata fantasia il loro sacrosanto diritto al futuro. Stavolta la fabbrica delle bugie non ha funzionato nell’abituale gioco sporco di mettere gli uni contro gli altri, per scatenare inqualificabili guerre tra poveri: i disoccupati contro gli occupati (nel disegno inconfessato quanto palese di accomunarli nella precarietà); le generazioni più giovani contro quelle anziane, che – a sentire il ministro Maurizio Sacconi (titolare del dicastero “Lavoro e Politiche Sociali”: suona a presa in giro…) – ostacolerebbero il loro inserimento nel mondo del lavoro (quando la realtà è che il lavoro è stato marginalizzato, tanto per gli uni come per gli altri).

Grazie all’opposizione sociale in movimento possiamo sperare che si attivino finalmente quei processi che ad oggi sono mancati: la messa in circolo di idee realmente alternative, il recupero di valori essenziali quali la fermezza e la combattività, lo smascheramento delle mille mistificazioni in cui siamo immersi da tempo immemorabile (come il mito delle “riforme” che nessuno sa bene cosa siano o le “rivoluzioni” da osteria, tipo il federalismo leghista). C’è anche da confidare nell’emergere di donne e uomini in cui tornare ad aver fiducia, perché “veri”. Mica i rieccoli da decenni: i Massimo D’Alema, le Angelo Finocchiaro e chi più ne ha più ne metta.

Quello che ancora resta da capire è come “l’opposizione sociale” possa riuscire a presentare il proprio conto (rivitalizzante) a quella “politica”, abbarbicata al Palazzo dove – tutto sommato – continua a sopravvivere come figlio minore della casta.