Dal Veneto virtuoso, dalla ricca Padova, arriva questa storia che molti hanno visto, ma nessuno ha ancora raccontato. Nella città del Santo ci sono due ospedali: l’Azienda ospedaliera di Padova, polo di grandi dimensioni con al suo interno anche le cliniche universitarie; e l’ospedale Sant’Antonio, piccola struttura che si è sviluppata dal vecchio istituto ortopedico della città. Tra i due ospedali ci sono più o meno 800 metri. Esistono, in altri grandi poli sanitari, padiglioni dello stesso ospedale che sono anche più distanti. Il buon senso e la buona gestione avrebbero consigliato la loro unificazione. E infatti erano già da tempo comuni alcuni servizi, come l’emergenza, la radiologia, i laboratori, la farmacia. Poi è arrivata un’inversione di marcia. Nel luglio scorso, le due strutture sanitarie sono state nettamente separate: l’Azienda ospedaliera da una parte, il Sant’Antonio dall’altra. Poiché quest’ultimo è troppo piccolo, è stato accorpato a due strutture ancor più piccole: l’ospedale di Piove di Sacco (che sta a 25 chilometri di distanza e che dovrebbe servire non il bacino di Padova, ma quello di Chioggia, a cui era infatti collegato); e un ospedaletto di Abano Terme.

Risultato della divisione: i due ospedali di Padova offrono ai cittadini un servizio peggiore, perché la separazione impedisce le sinergie, i risparmi, la condivisione di alcuni servizi. Adesso entrambi devono fare tutto, ma con lo stesso personale di prima. La carenza di medici e infermieri ora si sente. In compenso è raddoppiato il “personale apicale”, cioè i primari. Che pacchia! Che clientele! Attenzione. Ripetiamo per chi si fosse distratto: non stiamo parlando della sanità siciliana, o calabrese, ma della ricca Padova, nel virtuoso Veneto.

Ora un padovano che abbia bisogno di un ricovero può scegliere tra le due strutture. Magari sceglie il Sant’Antonio, puntando sulle dimensioni più piccole e sperando in tempi più rapidi. Salvo poi accorgersi che se deve fare una coronarografia, non dovrà andare 800 metri più in là, ma a 25 chilometri, all’ospedaletto di Piove di Sacco che, in un sistema funzionante e non demagogico (o clientelare?), sarebbe stato tranquillamente chiuso per razionalizzare il servizio ai cittadini ed evitare gli sprechi. Le malelingue, poi, dicono che molte ragioni della stramba   ristrutturazione stanno ad Abano Terme, nella piccola casa di cura diventata magicamente “policlinico” che, dopo l’accorpamento padovano, ha permesso di accontentare economicamente qualche primario e di sistemare qualche “figlio di”.

Se questo è ciò che succede a Padova, come stupirsi, allora, del contesto generale della sanità veneta? Il sistema intero è al collasso, tanto che sta per essere commissariato: da Roma ladrona e centralista (il ministero dell’Economia), visto ciò che hanno combinato i federalisti amministratori locali berlusconian-padani. Perdite dell’ultimo anno: attorno ai 500 milioni. Su una spesa totale di 10 miliardi (oltre l’80 per cento del bilancio regionale del governatore Luca Zaia). Risultato: Roma imporrà un commissario e il ripristino (maggiorato: era 0,5, sarà 0,9) dell’addizionale regionale sull’Irpef, abolita dall’ex governatore Giancarlo Galan a fine mandato. Altro che “meno tasse per tutti”… Tutta colpa di Galan? Ma non è il leghista Flavio Tosi il grande manovratore della sanità in Veneto?

Il Fatto Quotidiano, 6 gennaio 2010