Spesso uno inciampa in una piccola-grande storia così, quasi per caso. A me è successo in questo modo: incontro Melissa Panarello – prima di Natale – in una tavola calda del quartiere dove abito. Ci parlo, del più e del meno. Poi, parola dopo parola, lei inizia a parlarmi di quello che sta vivendo, e resto stupito dal suo racconto, da questo squarcio di storia vagamente americano: la bestsellerista che ha sbancato tutte le classifiche che non riesce a pagare il mutuo, ascesa e caduta con contorno epico di piccoli grandi disastri pubblici e privati: geometrie che nell’Italia dell’eterna mediocrità sono sempre rare, perché sempre prevale il tono medio del nulla e il sorriso degli eterni raccomandati senza rischio.

Le storie chiamano le storie, e sono fili lunghi che attraversano il tempo. Forse questo racconto mi impressionava particolarmente perché avevo intervistato e ospitato in un mio programma Melissa nel 2003, quando la dimensione della sua vita era quella della favola a lieto fine, la Fazi era una casa editrice piccola e felice che scalava la dimensione dello star system in modo spettacolare, sembrava un po’ Davide contro Golia, aveva un modo di lavorare diverso rispetto alle grandi industrie dell’editoria e allo standard degli autori italiani, spesso politicamente corretti e attenti alle virgole dei comunicati stampa.

Avevo incontrato in quel tempo questi personaggi intriganti: Elido Fazi l’editore-intellettuale appassionato di Keats che si mette intorno una squadra di giovani talenti selezionati con il curriculum e non con l’eterno filtro della mediocrità italiana (un caso raro nel nostro paese). Avevo incontrato Martina Donati, l’appassionata capoufficio stampa che amava Melissa come una sua sorella, la seguiva come un’amica, la promuoveva come un caterpillar. Avevo conosciuto allora Simone Caltabellota, l’editor dal tocco magico che scopriva successi che sbancavano nei campi più disparati: inventandosi dal nulla una collana glamour come la Lain – quella di Melissa – acquistando per ventimila euro il primo volume, e gli altri a seguire, della saga dei vampiri di Meyer (un milione di copie vendute per ogni volume!), incastonando un serie di romanzi di successo come quello della scrittrice adolescente J.T. Leroy (che prima di rivelarsi una geniale “fake” aveva sconvolto il mercato americano).

E poi c’era lei, Melissa. Aveva solo 17 anni, era attraversata da un successo pazzesco, tutti la volevano in tv, tutti la volevano intervistare, tutti la volevano vedere: scriveva di una vita erotica da ninfomane e si mostrava con un’aurea da bambola di porcellana. Se fossero state vere entrambe le cose o nessuna delle due, in ogni caso sarebbe stata un fenomeno. Malgrado il successo dia spesso alla testa, Melissa appariva diversa dal ritratto della meteora-tipo: non montata, curiosa, anche brillante nel suo modo di esprimersi diretto e non filtrato. I “Cento colpi di spazzola”, suo primo libro – su cui giravano leggende di ogni tipo – a parte la pruderie del racconto erotico, aveva un’anima, una capacità non indifferente di farsi leggere. I detrattori dicevano che non lo avesse scritto lei. Alle sue spalle c’era una famiglia che stava esplodendo, e una provincia siciliana da cui fuggiva. Il 2004 e il 2005 produssero un giro del mondo con pioggia di contratti venduti, un fidanzamento con il figlio dell’editore Thomas, un secondo libro (“L’odore del tuo respiro”) che a me non era piaciuto perché mi sembrava molto più costruito e meno spontaneo, ma che aveva indubbia qualità di scrittura: si era fatto leggere anche quello, l’interesse non cadeva.

Poi, come in certe intrecci, la compagnia si era dispersa. Nel 2006, stremata per un giro del mondo che non finiva mai, carico di emozioni e di contratti, Melissa aveva pensato di meritarsi una finalmente vacanza con Thomas, sacco a pelo in spalla in giro per il mondo da anonima, e niente più star system. Fazi Sr., invece, alle prese con il salto industriale imposto dal successo di mercato, si era sentito tradito tre volte: dal figlio, dall’autrice, e dalla quyasi nuora.

Il terzo libro – un pamphlet contro Ruini – sembrava che fosse uscito senza che nessuno lo volesse: Melissa non avrebbe voluto pubblicarlo come un best seller (semmai gratis su internet), l’editore e il distributore volevano qualcosa di più commerciale, carne per tenere a bada i lupi della catena commerciale che deve essere sempre sfamata. “In nome dell’amore, malgrado tutto, era stato un flop solo perché – pur vendendo molto – era stato tirato in proporzioni sballate: 250mila copie distribuite, 30mila vendute. Il boom di vendite prodotto dalla Melisseide, infine aveva destabilizzato la Fazi: l’intreccio familistico aveva distrutto il rapporto professionale editore-scrittore, Caltabellota, l’editor dal tocco magico se ne era andato, cercando una via professionale più difficile e meno redditizia, quella di scrittore ed autore (è uscito quest’anno il suo “Giardino elettrico”, un libro delicato e un po’ magico come il suo autore). I soldi facili erano finiti, la storia d’amore tra Melissa e il giovane Thomas (il buono della storia) pure, e la Donati si era trasferita a Firenze (dopo aver avuto un figlio) uscendo anche lei dall’impresa. La vecchia casa editrice gestita come un college era finita male.

La nuova Fazi, dopo aver rischiato il fallimento (l’editore per tamponare le perdite aveva persino dovuto vendere un suo appartamento) era tornata ricca grazie all’ultima scoperta di Caltabellota prima di andar via (trainata per di più dall’uscita nelle sale dalla saga cinematografica). Fazi era riuscito a risorgere tornando super manager, pagando prezzi umani con la perdita di tutta la sua squadra (che lui addebitava a Melissa). Eppure facendosi scaltro, e vendendo a peso d’oro il forziere della sua casa editrice aveva finito per guadagnarci, cedendo il trenta per cento a un editore più grande: tre milioni di euro nele sue tasche dal gruppo Gems, rimanendo a capo della Fazi (e recuperando tutto quello che serviva per ricomprarsi l’appartamento). Il nuovo Fazi ha una nuova moglie (che oggi è diventata capo della narrativa nella sua casa editrice) vive senza Melissa, e pubblica libri come autore (l’ultimo Bright star, una biografia del poeta romantico Keats). La ragazza di Aci Castello, invece, si è reinventata un’altra vita come scrittrice di reportage per Magazine e come guest star da Victor Victoria. Tutto finito? Macché. Nessuno di questi apologhi ha ancora trovato un finale degno.

Mi rendo conto solo un minuto dopo averla pubblicata che l’intervista a Melissa fa divampare una fiamma che ardeva sotto la cenere. Fazi – furibondo con la sua ex pupilla – mi chiede il diritto di replica. Lo vado a trovare nel suo ufficio dei Parioli, dove mi prospetta tutta un’altra verità. Per Melissa è l’editore cinico che ha divorato la gallina dalle uova d’oro, e poi l’ha mollata. Per lui, invece, è la ragazzina ingrata che ha vissuto da viziata e poi se né andata a tradimento. Per Melissa il suo talento è stato soffocato dalla gabbia dell’editore-suocero, che alla fine ha persino falsato i conti. Per Elido la ragazzetta incapace di scrivere (lui non l’ha letta, dice – sarà vero? – ma la sua nuova moglie gli racconta che il nuovo libro Tre “fa schifo”). “E’ finita all’Einaudi” – dice come se parlasse di un sottoscala, cioè da un editore dove il sottile erotismo della Fazi è diventato – in mano a curatori a suo avviso spregiudicati – “solo pornografia”. Per Melissa la madre ha campato (anche economicamente) sulle sue spalle, e l’unica cosa che salva della Fazi sono la generosità di Caltabellota, il talento e l’amicizia della Donati, e l’amore (sia pur finito) di Thomas. Per Fazi la demoniaca adolescente (“Mi creda ha qualcosa di luciferino!”) ha distrutto la sua famiglia e quella dove è nata (“Povera madre, infilata nel nuovo libro in un triangolo con un tossico”), e ha corrotto anche lo spirito delle persone che lavoravano alla vecchia Fazi.

Se allontano lo sguardo da questo interno di famiglia, ci trovo ugualmente degli elementi di interesse: intanto un senso epico e tragico che alle carriere ordinarie della vita culturale di questo paese mancano sempre. Poi alcuni stereotipi miscelati e shakerati tutti insieme, come se fossero stati composti dall’esercizio di stile di qualche apprendista sceneggiatore in cerca di emozioni forti: Lolita e Pigmalione, tanto per cominciare. Il triangolo no. L’eterno ricorso della generosità e dell’ingratitudine. L’ineludibile nonnismo italiano e la sua proiezione rovesciata: il giovane demoniaco e corruttore, il matusa tenero e indifeso. Con molto meno – fatte le debite proporzioni – gli americani hanno tratto un film bellissimo Social netwok, dalle beghe tardoadolescenziali dei fondatori di Facebook. Ognuno di voi è libero di ritagliarsi – se lo vuole – la sua morale dentro questa storia. O di leggere la terza puntata (la caustica lettera che Melissa ci ha mandato in risposta a Fazi, esce domani).

Io ho chiesto ad Elido, prima di uscire dal suo studio: chi scriverà, il romanzone che avete vissuto, lei o Melissa? Il sorriso che aveva solo un attimo prima mentre raccontava del suo prossimo libro (“Una autobiografia in cui la mia vicenda biografica si intreccia con la produzione letteraria di Keats”) si è come infranto: “Io non voglio scriverla, perché sono alle prese con l’assoluto della letteratura romantica, figurarci se posso abbassarmi a questo livello. Melissa, visto che è provato che non sa scrivere, semplicemente non può”. L’ultima zampata di cattiveria. Solo il tempo ci dirà se le sette vite di Melissa produrranno una nuova resurrezione trionfante (o il tracollo che le augura Fazi) e se le ambizioni letterarie dell’editore neoromantico incontreranno il successo che lui si augura (o il finale da arpagone anaffettivo previsto da Melissa). Io vi consegno la storia come l’ho vissuta. Provate a scrivere voi il finale.