Le ultime esternazioni calcistiche del premier sugli auspici per la squadra di cui è proprietario mi hanno stupito.

Fino ad oggi Berlusconi aveva gestito con grandissima serenità e disinvoltura l’intreccio tra passione calcistica e competenza politica. Un argomento da sempre sottovalutato dalla sinistra, che non parla di pallone come se fosse motivo di vergogna, come se gli (elettori) italiani non fossero tutti allenatori della nazionale, come se il calcio non fosse “un linguaggio con i suoi poeti e prosatori”, “l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”, “lo spettacolo che ha sostituito il teatro”, per stare alle parole di Pasolini, che non è certo Mourinho o un capo ultrà.

Anche in questo caso, i politici dell’attuale opposizione pagano una certa sudditanza psicologica (o una presunta superiorità morale). Di calcio non si può parlare perché Berlusconi è presidente del Milan, di calcio non si può parlare perché è un argomento viscerale, e noi non ci lasciamo travolgere da queste cose plebee.

Io continuo a sognare una frase di Bersani sul fuorigioco o su Balotelli; nel frattempo abbiamo a che fare con questa sorta di auto-embargo che permette a Berlusconi di spadroneggiare sul tema, permettendogli di parlare di titoli e trionfi, di talenti e delusioni, di Cassano e Ronaldinho, di Zoff dopo gli Europei del 2000 e di “Alberi di Natale” (lo schema del Milan di Ancelotti a una punta, tanto osteggiato dal Premier).

La mescolanza tra politica e calcio è talmente tanto esplicita (e il Premier ne è talmente tanto padrone) da aver assuefatto gli italiani al retropensiero che lo sfarzo delle campagne acquisti del Milan sia vincolato allo stato di salute del profilo politico di Berlusconi. Gli acquisti di Ibrahimovic e Robinho ad agosto, dopo anni di proclamata austerity, sono stati interventi che per molti appaiono del tutto compatibili con le strategie di “persuasione” nei confronti dei vari Scilipoti, Calearo e Polidori. Così come lo slittamento della vendita di Kakà al Real Madrid, compiuta sei mesi dopo l’offerta faraonica del Manchester City, a metà del prezzo offerto dagli sceicchi, ma con la possibilità di dire, a reti unificate, che aveva convinto il ragazzo a fare una scelta d’amore per la maglia. Tutto fa brodo pur di tenere unita la maggioranza, che sia quella parlamentare o quella rappresentata dall’opinione pubblica.

Questa volta, forse, Berlusconi ha esagerato. Si è lanciato in una “scelta di campo”, prima di un eventuale trionfo, e non a dato acquisito. Perché è una frase divisiva, perché può creare polemica. Porto tre elementi di possibile criticità e una suggestione:

1 – se l’italiano medio è apparso disilluso per le voci sulla compravendita dei parlamentari, quasi invidioso dello Scilipoti di turno, a cui è capitata la “fortuna” di poter vendere un voto in cambio di una sistemazione forse imperitura, sarà sempre così freddo e distante al pensiero che Berlusconi, con la stessa disinvoltura, potrebbe voler far ricorso a qualunque espediente per far vincere il Milan e dare continuità alla sua affermazione? Il tifoso nella nazione di Calciopoli si sentirà così sicuro del fatto che la serie A è un campionato al di sopra di ogni sospetto?

2 – come la prenderanno i tifosi di tutte le altre squadre che sono elettori di centro-destra?

3 – e i tifosi, i giocatori, i dipendenti del Milan di centro-sinistra?

La suggestione: se Berlusconi abbina il successo politico a quello del Milan in modo così stringente, perché non dovrebbe poter sognare di essere proprietario di una compagine in cui i giocatori, oltre a essere molto bravi, siano anche tutti politicamente schierati (dalla sua parte, naturalmente)? In fondo, ha già chiamato un partito “Forza Italia”. E di casi di auto-limitazione ideale nella composizione di una squadra di calcio professionistico ce n’è già un altro, storico, che pur non avendo nulla a che vedere con questa ipotesi dimostra che è però teoricamente fattibile. Sto parlando dell’Athletic di Bilbao, squadra della Liga (Serie A) spagnola, composta da soli giocatori baschi e portatrice di un fortissimo carico simbolico di appartenenza.

Staremo a vedere.