Nella patria di Machiavelli ce lo si dovrebbe aspettare. Nel guardare indietro, alle vicende italiane di questo anno appena trascorso, ma non solo, si nota qualcosa di inquietante: il trasformarsi dell’immoralità in amoralità, dello scandalo in “comportamento discutibile”. Una trasformazione graduale, perché i cittadini comincino ad assuefarsi, si abituino ad un sistema politico che non era quello a cui aspiravano i padri costituenti.

Una trasformazione che ai cittadini dia anche qualche distrazione: così che una battuta infelice di Berlusconi faccia dimenticare l’anomala concentrazione di interessi dello stesso, che il “vada a farsi fottere” scandito in diretta tv da D’Alema valga di più ad identificarlo delle tangenti prese da Cavallari, che l’ultima sparata del leghista di turno faccia passare in secondo piano l’eliminazione del reato di banda armata.

Dunque la ben nota metafora della rana che si intorpidisce nell’acqua della pentola sempre più calda tanto da finire bollita è quanto mai attuale.

Gradualmente dall’intransigenza partigiana di Pertini siamo passati alla cultura migliorista (del compromesso, oserei dire) di Napolitano, dai Calamandrei siamo precipitati ai Previti, da cittadini che eravamo siamo diventati consumatori. Sempre gradualmente.

E allora se ora qualcuno, ripensando al passato, si sarà accorto di questo tentativo di anestetizzare quel poco di senso critico e di amor proprio che rimane al nostro popolo, di questa graduale assuefazione allo scandalo, ha un dovere. Il dovere di opporsi: opporsi al governo, ai suoi complici, ai finti oppositori, agli indifferenti. Ma opporsi prima di tutto alla propria inclinazione a demordere, a chiudersi nel proprio individualismo per avere un alibi, una scusa per non impegnarsi.

E il proposito per l’anno nuovo ci viene dal soul di una canzone di Bob Marley. Che tutti sentano, negli orecchi e nel cuore, le sue parole: “Emancipate yourselves from mental slavery, none but ourselves can free our minds”. Emancipatevi dalla schiavitù mentale, nessuno può liberare le nostre menti, se non noi.