– Auguri.
– Sì… auguri… più che altro buon anno… perché buon Natale, io no… io non so… preferisco di no.

Oppure:
– Allora auguri.
Buon anno, io auguro buon anno. Non mi piace augurare buon Natale, non ha senso.

O ancora:
– Auguri.
– Auguri anche a te. Diciamo… buon… buone feste, ecco, buone feste!

Forse è una combinazione, forse sono io che ho prestato più attenzione, ma mai come quest’anno mi è capitato di incontrare persone che nel farsi gli auguri omettono il Natale. Buone feste, buon anno, auguri, eccetera. Il Natale meglio di no, lasciamo perdere: troppo compromettente, troppo di parte. Chiede di prendere posizione, per carità. Il Natale non ci credo, il Natale è consumismo, il Natale è un’invenzione, il Natale è televisione, il Natale è un’imposizione, il Natale niente. Meglio niente.

L’ho fatto notare a un amico, un vecchio post-comunista che quando è di buon umore afferma di essere rimasto l’unico stalinista vivente in Italia. Si è arrabbiato molto, fino a diventare tutto rosso in faccia.
– Non si può più dire buon Natale adesso? Non si può più dire? – ha quasi gridato – E perché no, sentiamo! Da dove arriviamo allora? Da dove viene la nostra cultura? Cosa siamo? Animisti?
Poi ha concluso:
– Ma dimmi te se io, un vecchio comunista, dovevo finire a difendere il Natale.
E ha trattenuto a stento una mezza bestemmia.

Come se non bastasse, la sera del 29 dicembre, mentre mangiavamo la bagna caoda, un’amica mi ha detto che lei stavolta non si sente di augurare buon anno a nessuno.
– Con che faccia si può augurare buon anno? Mi sembra una presa in giro: il 2011 sarà un anno terribile.

Io il giorno dopo, al lavoro, ho fatto gli auguri il minimo indispensabile, non tanto per l’imbarazzo del Natale-credito-al-consumo o per il presentimento di un 2011 catastrofico. No. Per via dei postumi della bagna caoda sul mio alito.

In conclusione: buon Natale e buon anno si possono augurare solo se non si ha il fiato pesante.
Se no lasciamo perdere.