Sergio Marchionne, lo sbrigativo Ad della Fiat, mette sul tavolo i pezzi del gioco. Uno è il lavoro, inteso come “posto di…” e “diritto al…”; uno è l’impresa, vista come serie di regole, nessuna delle quali può essere alterata, ritoccata o violata; uno è il sindacato, che deve essere grande e fedele, pronto a difendere – insieme – la necessità del lavoro e la volontà dell’impresa; infine il quarto pezzo: è l’investimento, una somma di danaro molto grande. Ma, in questo gioco, il quarto pezzo viene assegnato solo se i primi tre – come nel Lego di un bambino poco fantasioso – si sovrappongono in modo perfetto: sopra sta l’impresa, sotto sta il lavoro. In mezzo il sindacato, che mantiene l’ordine.
Nella visione di Marchionne, l’impresa è una cattedrale senza Dio. L’impresa non è più la creatura che non solo fa vivere gli operai, ma è viva (esiste, cambia, acquista un’immagine) perché ci sono gli operai a dare un senso al lavoro. L’impresa è una tastiera di uomini e cose altrettanto regolate, altrettanto ubbidienti. In questa visione, il sindacalista diventa un kapò, che fa la spola tra le regole imposte e quelle osservate, per accertare che le une siano identiche alle altre, e che ciò che è stato previsto coincida con ciò che viene vissuto. La mancanza di coincidenza equivale a disdetta.
Non è vero che questa visione della vita in fabbrica porta indietro. Molti di noi hanno detto “come ai tempi di Dickens”. Sbagliato. La fabbrica dei tempi di Dickens, il manchesterismo di cui tanto si è discusso a mano a mano che – nell’Ottocento e nel Novecento – il lavoro conquistava spazi di dignità e di libertà, corrispondeva a vita e valori del tempo. Era un tempo in cui non tutte le vite umane avevano lo stesso valore. Si viveva per censo. Le classi erano muraglie stabili. Di qua i bambini potevano morire di lavoro in filanda e in miniera, di là cavalcavano il primo pony e prendevano lezioni di disegno e di musica. Si andava in prigione per debiti e qualunque abuso su esseri umani più deboli si poteva sanare con una somma in danaro.
Non è giusto dire che “Marchionne è un fascista” (come ha detto impetuosamente Cremaschi della Fiom). Il fascismo aveva un suo modo di organizzare la realtà, raccogliendo parti sociali diverse in corporazioni diverse a seconda delle attività e degli interessi. Toccava allo Stato stabilire in che modo, in quale gerarchia e ordine mettere in contatto le corporazioni. Toccava al partito il compito preliminare di stabilire quale fosse al momento l’interesse dello Stato e, alla fine, di celebrare la vittoria, visto che non veniva cercata l’approvazione e consacrazione del mercato.
Dunque, la visione di Marchionne non è un ritorno al passato, perché il paesaggio di ogni fase dei tre secoli di avventura sociale del lavoro è finito per sempre. Ovvio che Marchionne vorrebbe circondare la sua fabbrica – che immagina servita da androidi obbedienti – con una realtà altrettanto ordinata e obbediente, sul tipo della Invenzione di Morel, l’isola immaginaria del romanzo di Adolfo Bioy Casares. Ma poiché non è possibile (Marchionne può molto, di qua e di là dall’Oceano, ma non tutto), ecco che vediamo il progetto dell’Ad Fiat per quello che è: del tutto scollegato dai fatti veri in cui tutto ciò sta avvenendo.
Pensate: non si potranno chiamare al referendum sulla firma del nuovo ferreo contratto di Pomigliano o di Mirafiori (“o firmate e poi votate sì”, è l’ingiunzione dei datori di lavoro “o non ci saranno investimenti”) perché fino al 15 gennaio gli operai sono tutti in cassa integrazione. La cassa integrazione è un colpo di testa dei ribelli della Fiom che stanno provocando ammonimenti, rimproveri, indignazione da tutta la destra e da metà della sinistra italiana? No, è lo stato dei fatti. La Fiat crolla nelle vendite (perde come tutti, nel mercato europeo, ma perde più di tutti) e in questo fatto tutto ciò che si sta accanitamente discutendo non c’entra e non ha alcun peso.
Ma intanto – avrete notato – si è affacciata una parola che è rimasta, finora, del tutto estranea alla grandiosa messinscena sul ritorno macho e decisionista dell’impresa dura e pura: il mercato. Liberisti e vendicatori della libertà di impresa vogliono farci credere che il destino di un’azienda si decide dove i tre di Pomigliano – Ragozzino, Pignatelli, Lamorte – hanno fatto per poche ore un inizio di sciopero non preannunciato, definito subito “sabotaggio”. Eppure, in quel gesto ormai dimenticato (salvo che dai tre operai mai reintegrati nel loro posto di lavoro, nonostante l’ordine del giudice) non c’è traccia delle disavventure commerciali della Fiat. Mai abbiamo sentito parlare di auto imperfette, difettose, pericolose o ritirate per possibili problemi di vendita sul mercato.
A quanto pare, quei perdigiorno degli operai Fiat che – quando non sono in cassa integrazione – producono in modo antico, mandano sul mercato prodotti perfetti. Le due parti di questa frase non stanno insieme. Ma su questa frase si fonda la rivoluzione di Marchionne. A meno che voglia dirci che le sue auto costano troppo perché gravate dai raffreddori e dall’assenteismo degli operai del Gruppo. Ma non risulta agli esperti, agli analisti. Prezzo e volume di vendita, vi direbbe qualunque tecnico di impresa, sono due fattori che dipendono dalla fabbrica solo in caso di guerra (costo delle materie prime) o di rivoluzione (scioperi a oltranza). Ma qui siamo in cassa integrazione. Come può esserci, tutto insieme, cassa integrazione e problemi di relazioni industriali così gravi da far saltare in aria tutto, compresi i diritti civili di chi lavora?
Adesso ci dicono (Tito Boeri, “La Repubblica”, 29 dicembre) che c’è un grande malinteso. La questione non è come si lavora. La questione è come definire giuridicamente la rappresentanza sindacale (chi ha diritto a dire che cosa per chi). Sarà, ma la storia di Boeri non corrisponde alla storia di Marchionne, che non corrisponde al crollo delle vendite e al ricorso massiccio alla cassa integrazione, lunghe stagioni in cui i contribuenti partecipano al sostegno degli operai, ma non hanno diritto di difenderli. E gli imprenditori contano di uscire dal lungo aiuto di Stato con un abbassamento drastico della condizione degli operai (tempi e paghe e minima qualità della vita e giorni di malattie non pagate) e la minaccia appare così grave e pericolosa (niente investimenti, se non vai in fabbrica anche con la febbre) che ti ammoniscono di votare “sì” quando – finita la cassa integrazione – gli operai saranno di nuovo in fabbrica e dovranno decidere – come si dice – del loro destino.
Resta una domanda: non c’è per caso qualcuno che deve rispondere del buco delle vendite, invece che passare il tempo a cercare di rendere peggiore la vita alla catena di montaggio? “Dopo tutto” come diceva Willy Loman in Morte di un commesso viaggiatore “è dalle vendite che si vede il vero manager”. E qui sono le vendite che vanno male, non la fabbrica. Tant’è vero che bisogna fermare la fabbrica con l’espediente della cassa integrazione, per fare in modo che non si riempiano i piazzali di prodotti ben fatti e invenduti. Perché allora punire gli operai, a meno che l’intento sia esclusivamente politico?
Il Fatto Quotidiano, 2 gennaio 2011













