Domanda: quanto vale la libertà in Mississippi? Risposta: vale un rene. O, volendo più appropriatamente monetizzare lo scambio, vale dollari USA 200.000, moltiplicabili per il numero d’anni di vita che la dialisi può regalare a chi – come nel caso di Jamie Scott, condannata a due ergastoli per concorso in rapina nel 1993 – di reni funzionanti non ne ha più nemmeno uno. Proprio questo, infatti, un rene, è il prezzo che Gladys Scott – sorella di Jamie e, come lei per il medesimo reato condannata, non a una, ma a due vite in prigione – ha di fatto pagato per uscire, insieme alla sorella, dal carcere nel quale si trova richiusa da 16 anni.

La storia – già riportata, anche da qualche media italiano, nello spazio e con i toni di norma riservati alle “notizie di colore” – è in realtà molto semplice. Gladys ha accettato di donare, o meglio ha visto finalmente accolta la sua richiesta di donare un rene alla sorella che, avendo perso l’uso di entrambi i suoi causa una malattia, da qualche mese sopravvive solo grazie alla macchina che garantisce la purificazione del sangue. Per questo, Gladys ha visto sospesa – non perdonata, né commutata – la condanna che avrebbe tenuto lei e la sorella in carcere fino all’ultimo dei loro giorni (con l’avanzo di un altro ergastolo da scontare nel caso improbabile, ma dal giudice evidentemente considerato, d’una miracolosa resurrezione).

Il simpatico Haley Barbour – ai tempi di Clinton segretario nazionale del Partito Repubblicano ed oggi governatore dello Stato del Mississippi, nonché tutt’altro che segreto aspirante alla nomination per le presidenziali  del 2012 – è stato molto chiaro nell’esporre, conti alla mano, le vere ragioni che l’hanno spinto ad aprire le porte del carcere, anzi, delle due carceri separate nelle quali le sorelle Scott hanno non troppo felicemente trascorso gli ultimi 16 anni della loro esistenza. Non per pietà l’ha fatto, ma per danaro. “La permanenza in carcere di Jamie e Gladys Scott – ha scritto Barbour – non è più necessaria, né per ragioni di sicurezza, né per ragioni di riabilitazione. E le condizioni mediche di Jamie Scott (la necessità di ricorrere alla dialisi, ndr) rappresentano un considerevole costo per lo Stato. Per l’appunto: 200.000 dollari all’anno.

Happy ending, insomma. Tutti felici, tutti contenti. Jamie, finalmente libera (se tutto andrà per il meglio in camera operatoria) dalla duplice prigionia del carcere e della dialisi. Gladys, con un rene in meno, ma con una sorella in più e con una vita da trascorrere, se si comporterà bene, senza l’afflizione, come si usa dire, di dover rimirare il “sole a scacchi”. E, infine, Haley Barbour, liberatosi dal fardello d’un conto di 200mila dollari annuali, pagabili con danari di contribuenti tradizionalmente molto poco propensi a spese assistenziali di qualsivoglia natura e, in particolare, a quelle destinate a persone povere, di pelle nera e, per di più – come le due sorelle Scott – finite in carcere.

Tutto è bene quel che finisce bene? Non proprio.  Specie se la storia viene raccontata partendo, non dal suo gioioso finale, ma dal suo tenebroso inizio. E da quello che questo inizio rivela d’un paese che ogni anno, con un’apposita classifica stilata dal Dipartimento di Stato, pretende di misurare, ex cathedra, le violazioni dei diritti umani consumate in ogni altro paese del mondo. Perché, dunque, le due sorelle Scott erano in carcere ed in carcere avrebbero dovuto restare, non per una, ma per due delle loro vite? Per una rapina senza spargimento di sangue (e con un “bottino” valutato in 11 dollari) alla quale, di certo, Jamie e Gladys – che allora avevano, rispettivamente, 19 e 21 anni – non avevano direttamente partecipato.

Per quella rapina, consumatasi alla vigilia di Natale del 1993 in quel di Forest, Mississippi, ai danni di un bianco (e il dettaglio appare tutt’altro che irrilevante) erano stati inizialmente accusati quattro adolescenti tra i 14 ed i 18 anni, uno dei quali aveva, nel corso dell’assalto, usato (usato nel senso che l’aveva puntata contro la vittima) un’arma da fuoco. Solo al momento di contrattare la pena – e, pare, solo su forte pressione del procuratore distrettuale, uno dei quattro ragazzi (il più giovane), aveva infine coinvolto le due sorelle sostenendo, in pratica, che a loro era spettato il compito di “adescare” la vittima spingendola verso il luogo dell’agguato.

Jamie e Gladys hanno sempre negato ogni responsabilità. E tutti gli esperti legali che, in questi giorni, hanno riesaminato il caso, hanno rilevato come assai labili fossero, in realtà, gli indizi nei loro confronti. Ma anche qualora assolutamente schiaccianti fossero state le prove contro di loro, com’è possibile che, per un simile delitto due ragazze senza precedenti penali, siano state condannate a quattro ergastoli (due a testa)? La risposta è: se sei nera e povera – e se vivi in Mississippi – è evidentemente possibile. Ed è possibile, anche, che una tale mostruosità giudiziaria passi (come solo alle cose più o meno “normali” può accadere) del tutto inosservata per quasi due decenni.

Non avesse Jamie avuto la sfrontatezza di ammalarsi e di cominciare a gravare sul bilancio dello Stato per via dei suoi reni acciaccati, le due sorelle avrebbero probabilmente scontato l’intera pena (una metà da vive e l’altra da morte) senza che nessuno s’accorgesse del loro caso… Qualcuno, tra i più aridi di cuore e di cervello (pensate ad un nostro leghista), potrebbe a questo punto dire: dura lex sed lex. Se Jamie e Gladys sono state condannate a pene tanto pesanti, vuol dire che la legge lo consente. Ed è comunque giusto usare la legge in modo implacabile contro chi commetta crimini di qualsivoglia natura. Incarcerare e buttar via la chiave, questo è il principio.

La lotta al crimine – con buona pace delle anime belle abbindolate dalla cristianissima idea del perdono e della redenzione – si vince anche in questo modo. Il problema, tuttavia, è che, anche se esaminata da questo inflessibile e granitico punto di vista, la vicenda di Forest resta un’assoluta aberrazione. Perché Haley Barbour, di perdoni (perdoni, si badi bene, non sospensioni della pena, come nel caso delle sorelle Scott) ne ha in effetti, dal 2003 ad oggi, concessi un buon numero. Ed in almeno cinque casi i beneficiari erano responsabili del più grave dei delitti: omicidio volontario premeditato.

Che cosa spiega questa differenza di trattamento? Il razzismo? Forse, visto che, in Mississippi, il razzismo resta, mezzo secolo dopo la battaglia per i diritti civili ed un secolo e mezzo dopo l’abolizione della schiavitù, una realtà dissimulata, ma onnipresente. E visto, soprattutto, che un paio dei beneficiati erano di pelle bianca.

Quel che tuttavia emerge dalle viscere di questa orribile storia è qualcosa di peggio del semplice razzismo. È, piuttosto, un pezzo di medioevo o, se si preferisce, un medievale monumento alla diseguaglianza di fronte alla legge. Poiché non il colore della pelle accomuna i “perdonati” da Barbour, bensì  l’aver partecipato ad un programma di “redenzione” carcerario che prevedeva lavori di corvée nelle proprietà del governatore… Come ai tempi dei re assoluti. E di re assoluti – re che sono, essi stessi, la legge – sono, si sa, piene le favole.

Jamie e Gladys Scott non avevano fatto alcun lavoro di corvée per il re. Ed al re dovevano – per riacquistare la libertà – dare qualcosa. Gli hanno dato tre reni. I due che Jamie ha perduto mentre era in carcere. Più quello che Gladys ha donato alla sorella per alleviare il bilancio dello Stato. Ed ora, finalmente, giustizia è fatta. Perché questa, in Mississippi, Usa, è oggi la giustizia. A ciascuno di voi il compito di giudicare se quella di Re Haley – che di certo ha uno svolgimento osceno – sia una favola a lieto o a triste fine…