Triplice premessa:
1) Minzolini è stato mandato a dirigere il Tg1 da Berlusconi certamente per farne un telegiornale berlusconiano, anche a costo di azzerare quel che rimane dell’autonomia e della dignità informativa e di penalizzare il residuo prestigio della testata, gli ascolti e le entrate pubblicitarie del servizio pubblico;
2) Minzolini ha efficacemente svolto il ruolo assegnatogli, riuscendo a sfregiare la tradizionale se pur formale immagine di “neutralità” del nostro più seguito telegiornale, mandando in onda cose professionalmente e politicamente sconce, ed epurando in video e in redazione “volti” e redattori politicamente non allineati alla sua militanza politica e che comunque non intendevano e non intendono abbassare la testa;
3) fa benissimo la Rai a dare esecuzione alla sentenza del Tribunale del Lavoro che ordina il reintegro di Tiziana Ferrario nelle mansioni – conduttrice e inviata – dalle quali Minzolini l’avrebbe sollevata “per motivi di discriminazione politica”, sulla base del sintetico e indiscutibile principio ricordato dal presidente Paolo Garimberti: “Le sentenze si rispettano e non si commentano”. Così come correttamente e fortunatamente si fece con Michele Santoro (e il suo Annozero), si è fatto col direttore di Rai3 Paolo Ruffini e come potrebbe presto avvenire con altri “ritorni forzosi” (ci si riferisce ai vari Massimo De Strobel, Paolo Di Giannantonio, Raffaele Genah, Guido Mobrici, Maria Luisa Busi, ecc.).

Detto questo, pare legittimo ribadire per l’ennesima volta l’amara considerazione che – grazie soprattutto al “conflitto di interessi” ma anche a qualche altro problemino nei rapporti fra la politica e la Rai che sono precedenti alla stessa barbara irruzione di Berlusconi nelle pubbliche istituzioni democratiche – siamo in un disperato e ristretto cul-de-sac.

Si può infatti premettere quello che è stato premesso, pur continuando a pensare che – come sostiene propagandisticamente quella mammola di Gasparri “siamo alla follia, i giudici vogliono decidere anche chi conduce un tg”; che, come sostiene in questo caso strumentalmente il consigliere di amministrazione Antonio Verro, berlusconiano in servizio effettivo permanente, l’ordinanza “lede l’autonomia dei direttori e costituisce un tappo insopportabile al rinnovamento e alle legittime aspirazioni dei giovani”; che, come rileva maliziosamente pro domo sua lo stesso Minzolini, “dopo 28 anni di conduzione si può fare altro”, che “altre professionalità appassivano nella sua (della Ferrario, ndr) ombra”, che “quando qualcuno mette in discussione il tuo ruolo (in Rai, ndr), c’è chi preferisce buttarla in politica”

Ecco il cul-de-sac. Da un canto, per opporsi a Berlusconi, ai berluscones e alla loro opera di devastazione di quel minimo di regole e di civili convenzioni sopravvissute in un infelice Paese, ci si trova costretti paradossalmente a consentirne una rimozione intenzionalmente provvisoria e ad hoc ma che rischia di diventare definitiva. Dall’altro, però, se non lo si fa, si consentono di fatto devastazione e prepotenze.

Come se ne esce? Se ne esce incartando e portando a casa la sentenza di reintegro della Ferrario (analogamente a quelle di Santoro e Ruffini) come un regalo fortunoso e pericoloso. Però: 1) non difendendo le baronie e i privilegi – perlopiù trasversali e pluripartitici – accumulatisi negli anni in viale Mazzini; 2) affermando con nettezza che non può essere la magistratura a fissare il palinsesto, a decidere le direzioni di rete e a scegliere persino i conduttori dei telegiornali di un’azienda editoriale e ancor più della più grande azienda di comunicazione del nostro Paese; 3) ricordandosi che, se salta l’autonomia di un direttore di testata, salta l’elemento primo e insostituibile dell’autonomia giornalistica.

Il problema non è l’esercizio dell’autonomia di direttore da parte di Minzolini, ma chi lo ha nominato, chi ha messo Masi a fare il direttore generale, chi ha inserito quei personaggi nel consiglio di amministrazione. Esattamente come in politica: se Berlusconi usa il governo e il Parlamento come una sua proprietà, non se ne esce delegittimando il Parlamento, ma facendo una seria battaglia politica perché esso non sia riempito da berluscones. Insomma, non buttiamo l’acqua sporca col bambino. Sarebbe un disastro, Questa volta, forse, senza possibilità di ritorno.