“Mele Kalikimaka”. Buon Natale, in hawaiano. Barack Obama ha pronunciato l’augurio appena sceso dalla scaletta dell’aereo che l’ha portato alle Hawaii, dove il presidente ha trascorso, con la famiglia e alcuni vecchi amici dei tempi di Chicago, le vacanze di fine anno. E’ stato un 2010 tormentato, per lui, arrivato alla Casa Bianca sull’onda di uno dei più clamorosi fenomeni di fascinazione collettiva degli ultimi decenni, e ben presto scontratosi con la realtà del governo, dell’opposizione repubblicana, del groviglio di poteri e interessi di una società complessa.

Il 2010 è stato l’anno della rottura dell’incantesimo tra Obama e la sua base (il presidente ha perso l’appoggio di gran parte dell’elettorato più liberal), della “batosta” delle elezioni di midterm, ma anche di riforme fondamentali e attese da decenni. Apertosi con il nuovo allarme terrorismo, scatenato dal kamikaze in volo tra Amsterdam e Detroit, l’anno si chiude con la ratifica del New Start, con i tagli fiscali e la legge sui gay nell’esercito. Se non è quel ribaltamento del “sistema America” che molti nel 2008 speravano, è comunque una agenda politica notevolissima che merita di essere ripercorsa.

SCOTT BROWN. L’anno si apre nel peggiore dei modi per Barack Obama. Alle elezioni del 19 gennaio in Massachussetts, per assegnare il seggio vacante dopo la morte del senatore Ted Kennedy, la spunta un repubblicano, Scott Brown. I democratici perdono in una delle roccaforti del liberalismo. Giocano, a loro sfavore, la rabbia popolare contro il salvataggio delle grandi banche, il deficit federale, tassi di disoccupazione al 9,7%. E’ un presagio di quello che capiterà più tardi, alle elezioni di midterm. E’ un dato politico importante, oltre che simbolico. I democratici perdono infatti i 60 voti necessari in per vincere l’ostruzionismo repubblicano in Senato.

BIPARTISANSHIP. E’ una tra le parole più spesso evocate nel 2010. A febbraio, mentre Washington e la East Coast sono messe alle strette dalla più copiosa nevicata degli ultimi anni, il clima politico si fa incandescente. Il presidente invoca la collaborazione tra le parti ma fa molto poco per realizzarla. I repubblicani vengono invitati alla Casa Bianca, per la prima volta, proprio a febbraio. “Essere bipartisan non può voler dire rinuncia dei democratici ai loro valori”, spiega Obama. “Essere bipartisan non significa scrivere le leggi e poi pretendere l’appoggio repubblicano”, gli risponde John Boenher, leader repubblicano della Camera. La bipartisanship sarà comunque una necessità quando, il 5 gennaio, si riunirà il nuovo Congresso. Con la nuova maggioranza repubblicana della Camera, Obama dovrà trovare qualche forma di collaborazione (se non vuole fare la fine di Bill Clinton, dimezzato dopo la “Rivoluzione repubblicana” del 1994).

BIG THINGS. “Siamo stati capaci di fare grandi cose”, esclama un giubilante Obama il 21 marzo. Dopo mesi di urla, proteste, manovre di Palazzo, la Camera approva il “Patient Protection and Affordable Care Act”, la riforma della sanità USA. Se Obama deve rinunciare all’opzione pubblica, la nuova legge estende l’assistenza a oltre 30 milioni di americani. Dotarsi di un’assicurazione sanitaria diventa un obbligo. Sovvenzioni statali per i meno abbienti e limiti più stringenti per le compagnie di assicurazioni completano una riforma che dà a Obama un posto nella storia. Al presidente riesce quello che non era riuscito a Teddy Roosevelt, Franklin Roosevelt, Harry Truman e Bill Clinton. La legge compatta però anche l’opposizione di tutti i nemici della Casa Bianca. E’ in questi mesi che il Tea Party diventa, da movimento di protesta, forza politica nazionale. E’ in questi mesi che l’America liberista, libertaria, anarchica, capitalista, conservatrice, reazionaria, approfondisce la sua critica al “socialista” e statalista Obama. “Vogliono la guerra? L’avranno”, risponde Obama. La guerra continua, e non è detto che sia Obama a vincerla. Un giudice della Virginia, lo scorso 13 dicembre, ha giudicato “incostituzionale” l’obbligo di dotarsi di un’assicurazione. L’impulso americano a tenere lo Stato fuori dalla propria vita è forse più profondo di quanto lo stesso Obama avesse calcolato.

LA FALLA. Il 20 aprile un’esplosione devasta la Deepwater Horizon. Muoiono 17 persone. La piattaforma si inabissa tra le fiamme nel Golfo del Messico. Quattro giorni dopo, il greggio che fuoriesce dalla struttura copre un’area di un circa un miglio. La macchia si allarga velocemente. Termini come blowout preventer, top kill, static kill, diventano familiari per l’americano medio. E’ un disastro ambientale di dimensioni incalcolabili. E’ un’ulteriore manifestazione di incompetenza e avidità di una grande corporation. E’ un ulteriore macigno sulla strada del presidente. Obama cerca di apparire il più possibile assertivo. Minaccia i dirigenti di BP di “prenderli a calci nel sedere”. Passa le sue vacanze in Louisiana, per dimostrare che le spiagge sono pulite e sicure. Non serve a molto. Un sondaggio AP/GfK rivela che per gli americani Obama ha gestito il disastro nel Golfo come George W. Bush ha gestito Katrina. Quando, a fine agosto, la falla è chiusa, un pezzo ulteriore della sua credibilità è andato in pezzi. “Ha iniziato camminando sulle acque. Ha finito trascinandosi nel greggio”, dicono i suoi nemici. Più probabilmente, “sono gli ostacoli che Obama si è trovato di fronte, a essere intrattabili”, spiega Fred Greenstein, storico dei presidenti USA.

QUALE RIPRESA? Durante tutto il 2010, il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti si mantiene pericolosamente vicino al 10%. Inferiori alle attese sono gli effetti del pacchetto da 814 miliardi di incentivi economici. Eppure qualcosa si muove. GM e Crysler, destinatari di decine di miliardi di salvataggio pubblico, tornano a registrare utili e ad assumere. Il tono complessivo resta però particolarmente tetro. Migliaia di persone continuano a vedersi requisite le case. E la disoccupazione, il vero filo rosso di questo 2010, continua a segnare la vita di troppi. Quando, a luglio, Obama proclama “l’estate della ripresa”, molti si chiedono: “Quale ripresa?”.

IL COMANDANTE IN CAPO. Obama non ha mai destato particolare entusiasmo tra i militari del Pentagono. Il disprezzo, in un certo senso l’aperto scherno, emergono con l’intervista del generale Stanley McCrystal a “Rolling Stone”. Il comandante delle truppe americane in Afghanistan dipinge una Casa Bianca fatta di civili velleitari e litigiosi. L’intervista gli vale il licenziamento e la sostituzione con l’idolo dei neocon David Petraeus. La strategia di Obama in Afghanistan continua però ad apparire incerta, oscillante tra volontà di ritiro e necessità della guerra in corso (30 mila nuovi soldati partono per l’Afghanistan, mentre altre migliaia tornano dall’Iraq). Alla fine Obama perde l’appoggio della sua base più liberal e pacifista, senza guadagnare il consenso dei falchi. A maggio, in Afghanistan, muore il millesimo soldato americano, dall’inizio dell’operazione “Enduring Freedom”.

LA BATOSTA. Il 2 novembre 2010, verrà ricordato negli annali della politica americana come il giorno della “batosta”. E’ lo stesso Obama a definire così la sconfitta democratica alle elezioni di midterm. Sospinti da disoccupazione, crisi economica, furore populistico, i repubblicani conquistano la Camera e avanzano al Senato. Il Tea Party, il cavallo vincente che fa da catalizzatore di tutti i conservatori d’America, conquista i seggi senatoriali di Florida, Kentucky e Utah. Obama dice di “aver imparato la lezione”. Per tutta la campagna elettorale, conscio della propria popolarità in picchiata, il presidente si fa vedere solo nelle aree urbane. Nell’America rurale e profonda, manda i vecchi leoni Joe Biden e Bill Clinton.

HAPPY END? E’ un altro incidente a inaugurare le ultime settimane dell’anno di Barack Obama. La pubblicazione, da parte di Wikileaks, di 250 mila dispacci del Dipartimento di Stato, rilancia le accuse di ingenuità politica rivolte all’amministrazione. Ma Obama va avanti e dimostra che, sotto il politico spesso amletico ed evasivo, si cela un combattente deciso a vender cara la pelle. Il presidente si mette d’accordo con i repubblicani, per far passare tagli alle tasse per i più ricchi e classe media (altri 900 miliardi da aggiungere al debito pubblico). Ottiene il voto del Congresso per il New Start, il trattato di disarmo nucleare con la Russia, strappando il sì a un manipolo di senatori repubblicani e risollevando la sua credibilità internazionale. Fa qualcosa che piace alla base di sinistra, eliminando dopo 17 anni il bando agli omosessuali nell’esercito (anche simbolicamente, una gran cosa: lui, il primo presidente nero, che elimina un baluardo di oppressione e pregiudizio).

E’, questo happy end, il “grande successo” sbandierato dalla Casa Bianca, che risolleva le sorti di una presidenza in difficoltà? Non proprio. E’, più realisticamente, una boccata d’ossigeno politico, che consente a Obama di andare avanti, prepararsi alle prossime sfide (immigrazione, ambiente, riduzione del debito), costruire la candidatura per le presidenziali 2012. Sapendo, lui e noi, che “l’uomo del destino” non esiste più. E che il sogno è stato, irrimediabilmente, intaccato dalla realtà.

di Roberto Festa