Mirafiori e Pomigliano: benvenuti nell’era del nuovo schiavismo, della riduzione del lavoratore a merce nel mondo della mercificazione globale, dell’emarginazione del sindacato fedele a se stesso, della distruzione dell’unità sindacale e del Contratto nazionale di lavoro, della soppressione della Costituzione, della morte della concertazione, del tramonto del conflitto sociale per mezzo del quale i deboli tentano di ridefinire gli equilibri di forza in loro favore, dello stravolgimento dei rapporti industriali a vantaggio datoriale. Benvenuti nella democrazia dal volto nuovo e riformista, come sostengono economisti e politici della modernità-regresso, dove la Repubblica italiana non è più fondata sull’occupazione ma sulla schiavitù.

L’accordo relativo ai due stabilimenti Fiat in Italia, voluto da tutte le parti (anti)sociali ad eccezione – virtuosa – della Fiom, significa far tornare indietro le lancette della storia del lavoro, dei diritti, della democrazia. Fiat e l’ad Marchionne investono nel progetto Fabbrica Italia, promettono di sostenerlo con 20 miliardi di euro, anche se per ora solo 2 miliardi risultano programmati in modo certo e verranno indirizzati a mantenere in piedi i due poli produttivi di Torino e Napoli (a Mirafiori suv e jeep, a Pomigliano la Nuova Panda). E gli altri miliardi promessi? Non è dato al momento sapere e pare che vada bene così.

Ai lavoratori, in cambio, offrono il “privilegio” di non finire in mezzo ad una strada e un aumento del salario. Ma il lavoro non dovrebbe essere un diritto? E la crescita dello stipendio come è compatibile col dilagare della cassa integrazione? Non c’è risposta, non importa, è secondario, adelante verso la modernità, lo sviluppo, il riformismo, la crescita (parole molto in voga fra i sostenitori del nuovo corso schiavistico).  In cambio, i lavoratori rinunciano ai loro diritti (malattia, sciopero, pausa mensa, rappresentanza sindacale), trasformandosi in servi silenziosi. Il ricatto è compiuto e verrà certificato da un referendum il 15 gennaio, quando in modo illegittimo, come ricorda la Fiom, sarà chiesto al lavoratore di scegliere la rinuncia a diritti in verità indisponibili a fronte del mantenimento dell’occupazione e di qualche euro in più.

E non ci sarà speranza che qualcosa possa migliorare nel domani per mezzo del diritto allo sciopero o grazie alla concertazione: l’accordo infatti stabilisce che il lavoratore, firmatario dell’intesa raggiunta, rinuncia a qualsiasi forma di protesta futura in merito alle materie oggetto dell’intesa stessa, mentre i sindacati non firmatari (Fiom) saranno da ora in poi esclusi dalla rappresentanza in queste realtà industriali. La Fiom, il più grande sindacato metalmeccanico, per la prima volta nella storia operaia italiana, non avrà ingresso e ruolo a Mirafiori, mentre il suo no all’accordo risulta ininfluente. E tutto questo è considerato normale, accettabile, legale, possibile.

Contenti tutti? Certamente contenti il governo, Confindustria, i sindacati arrendevoli, il capitalismo famelico e padronale. Mentre per il mondo del lavoro è stato scritto l’epitaffio. Ma sostenere questo  – accusano i Marchionne e i Sacconi, i Bonanni e i Marcegaglia – significa essere antimoderni, antidemocratici, conservatori e comunisti. Ma quale modernità e sviluppo, quale democrazia potrà mai esserci con questa regressione autoritaria dei rapporti di lavoro che si vorrebbe imporre a tutto il settore metalmeccanico e, perché no, a tutto il pianeta produttivo?

Adesso l’unica sfida è quella posta alla politica, in particolare ai partiti del centrosinistra. Il lavoro va difeso e se non lo difendono queste forze politiche, allora esse stesse non hanno più senso di esistere. Va sostenuto lo sciopero indetto dalla Fiom per il 28 gennaio, perché il cedimento sul fronte dei diritti del lavoro comporterà lo smottamento dell’intero sistema democratico italiano. Va dunque fermato il piano che vorrebbe l’estensione del modello Pomigliano/Mirafiori all’intero mondo dell’occupazione. Deve sorgere un cordone politico a protezione del Contratto nazionale come orizzonte non derogabile in cui definire quello aziendale, del ruolo del sindacato, del diritto di chi lavora, della Costituzione. Parallelamente, come da tempo richiede la Fiom, si deve approvare una legge sulla rappresentanza in cui al lavoratore sia concessa l’ultima parola in merito al suo destino occupazionale, senza referendum-ricatto illiberali però. In questa partita è in ballo il futuro del Paese, oggi si scrive il volto dell’Italia di domani: se sarà una democrazia compiuta oppure una terra di nessuno della legge e del diritto.