
Due vetrine in frantumi. La conta dei danni dei due grossi petardi esplosi contro la sede della Lega Nord di Gemonio, a cento metri dalla casa di Umberto Bossi, fortunatamente si ferma qui. Nella notte tra martedì e mercoledì, intorno alle 3, il paese della provincia di Varese viene svegliato da due forti scoppi provenienti dall’ufficio di via Marsala. Inizialmente si parla di “ordigni”, poi l’attacco viene ridimensionato appunto a “grossi petardi”. Poche ore dopo, il pm di turno della procura di Varese, Sara Arduini, fa sapere di avere aperto un fascicolo ipotizzando i reati di esplosione e danneggiamento.
L’inchiesta è per ora a carico di ignoti, anche perché ieri non sono arrivate rivendicazioni ufficiali. L’indizio più importante è costituito dalla scritta “Antifa atto secondo”, lasciata dagli autori dell’assalto sul muro della sede del Carroccio. Una sigla che non è nuova nelle zone dell’alto varesotto (è la stessa comparsa nel maggio scorso sul portone della sede provinciale del partito) e che fa pensare ad ambienti anarchici e dell’estrema sinistra. Su questa pista si sono inizialmente orientati gli inquirenti, che stanno valutando le ipotesi anche basandosi sulle immagini delle telecamere di sorveglianza. Una di queste è stata piazzata un mese fa dai carabinieri al primo piano di un appartamento di fronte alla sede. Era stata messa in occasione di un raduno di protesta dei giovani della zona e i militari avrebbero dovuto rimuoverla pochi giorni dopo.
Invece, a distanza di un mese, proprio da questo impianto sono arrivate le immagini più nitide per ricostruire l’accaduto: due uomini, probabilmente giovani, entrambi coperti da un bomber con cappuccio e occhiali, hanno fatto due sopralluoghi, prima in auto, poi a piedi. Al terzo passaggio i due, provenienti dalla piazza della chiesa, si sono chinati, hanno acceso la miccia dei petardi posizionati tra le vetrate e le saracinesche. Poi si sono allontanati sempre in direzione della piazza. L’ipotesi di una pista “indirizzata sui centri sociali”, circolata ieri pomeriggio, viene ridimensionata dal sindaco di Gemonio Fabio Felli: “In zona c’è un centro sociale, ma non abbiamo mai avuto problemi né ricevuto minacce”.
Non è la prima volta che la sede della Lega di Gemonio è obiettivo di attacchi e azioni dimostrative. Era già successo nel gennaio 2009, quando fu dato fuoco al portone d’ingresso. E ancora nel 2008, quando il tentativo di incendiare la porta di via Marsala non provocò conseguenze. Questa volta, invece, si è trattato di un’iniziativa più seria, certamente organizzata. Perché in questo momento e perché a Gemonio? Il segretario provinciale della Lega Nord Stefano Candiani dice che non bisogna cercare una motivazione precisa: “Se uno vuole fare un’azione dissacratoria nei confronti della Chiesa probabilmente sceglie come bersaglio piazza San Pietro”, dice. “Allo stesso modo scegliere Gemonio, paese di Bossi, per iniziative come questa, ha un significato. Qualcuno si è esaltato per motivi politici, ma se pensano di intimidirci rompendo una vetrina, rispondiamo che quel vetro è già stato cambiato e la sede è pronta per riprendere l’attività politica”. La vetrata, in effetti, è stata sostituita e la scritta coperta con un manifesto. Tutto a Gemonio è tornato alla normalità. Ma il gesto, che colpisce uno dei luoghi simbolo del Carroccio, scatena le reazioni di tutto il mondo politico, a differenza di quanto avvenuto in altre occasioni analoghe (nel 2009 ordigni e attacchi incendiari sono avvenuti nelle sedi di Bologna e nelle province di Venezia e Padova senza provocare la condanna di tutto l’arco costituzionale).
Gianfranco Fini parla di “gesto vile da condannare”, Renato Schifani di “atto inqualificabile” e parole simili arrivano dagli esponenti di maggioranza e opposizione. Il ministro dell’Interno Roberto Maroni, invece, si spinge oltre: “Non è un attacco a un partito, ma alla democrazia. Comunque noi della Lega siamo abituati e non ci faremo intimidire”. Soltanto il più diretto interessato, Umberto Bossi, sceglie la via del silenzio e non parla per tutto il giorno. Non si presenta nemmeno sul luogo dell’esplosione. Poi, però, non resiste. E in serata escono le anticipazioni di un’intervista alla Padania: “I mandanti sono quegli ambienti che non vogliono che il paese cambi e che ora si affidano al terrorismo. E’ la palude romana che manda segnali. Se fossimo andati a elezioni, come suggerivo, tutto questo non sarebbe successo”.
da Il fatto quotidiano del 30 dicembre 2010













