Il regista francese Luc Besson

E se la vita di Aung San Suu Kyi, leader dell’opposizione birmana, diventasse un film? Detto, fatto. Ci ha pensato Luc Besson, il regista francese, quello di “Nikita” e “Léon”, che in queste settimane ne sta terminando le riprese. Nei mesi scorsi è andato addirittura in Birmania. In incognito. “Avevo con me una piccola videocamera digitale. Mi spostavo in ciabatte e bermuda. Delle riprese interessanti, mi serviranno nella fase di post produzione: a quelle immagini aggiungero’ gli attori e le comparse filmate altrove”.

Il nuovo lungometraggio di Besson è stato a lungo circondato da un alone di mistero. Dopo il suo viaggio in Birmania, le riprese sono state effettuate in Thailandia. Poi, nelle ultime settimane, a Oxford, dove Aung San Suu Kyi si laureo’, nel lontano 1967. Nei prossimi giorni continueranno nella periferia di Parigi, dove Besson, uno dei mostri sacri del cinema francese ha i propri studios. Il regista ha avuto paura soprattutto in Thailandia. Temeva che le autorità birmane facessero pressione su Bangkok per interrompere o ostacolare il suo lavoro. Per questo non ha rivelato niente sull’argomento del film: il titolo, diceva, era “Nella luce”. Una bugia. Quello vero sarà “The lady”, come tutti chiamano in Asia la signora della politica birmana.

Una volta a Oxford, pero’, Besson ha deciso di parlare. Una sua intervista è apparsa sul settimanale francese L’Express, “perché non si tratta di cinema e basta – ha specificato il regista -. La libertà di questa donna è fragile. Ha bisogno che si parli di lei”. Una cosa è certa: Luc le ha già portato fortuna. Mentre le riprese del film erano in corso, the Lady è stata liberata e, pur restando in patria, ha potuto lasciare la propria casa, dove era confinata agli arresti domiciliari. Una donna coraggiosa, determinata. A suo modo lo è stata anche l’attrice Michelle Yeoh, malese, regina del cinema asiatico, che l’interpreta nell’opera di Besson. Senza Michelle, il film non si sarebbe fatto. A scrivere la sceneggiatura di «The Lady» è stata Rebecca Haynes, moglie di Andy Harries, che ha poi prodotto il lungometraggio. La coppia invio’ il testo alla Yeoh nel 2007. Lei ne rimase infatuata. “Tutti sanno chi sia Aung San Suu Kyi – ha dichiarato l’attrice -, ma in pochi conoscono la realtà della sua storia”.

La Yeoh fece avere quella sceneggiatura a Besson, grande amico di Jean Todt, che è il compagno dell’attrice. Besson ne rimase colpito, anche se ci ha rimesso mano. “Era già una buona trama – ha ammesso -, ma troppo basica. E poi mancavano i cattivi. Non si puo’ esporre la visione pacifista della lotta di questa donna senza mostrare contro chi sta lottando”. Aung San Suu Kyi perse il padre, uno dei politici che negozio’ l’indipendenza con il Regno Unito nel 1947, quando aveva appena due anni: il generale Aung San venne ucciso dai suoi avversari politici. In seguito anche la madre, Khin Kyi divenne una personalità di rilievo, nominata ambasciatrice della Birmania in India nel 1960. Li’ Aung San Suu Kyi entro’ in contatto con il ghandismo.

Dopo la laurea a Oxford, continuo’ i suoi studi a New York, dove, negli anni Settanta, inizio’ a lavorare per l’Onu. Nello stesso periodo conobbe uno studioso di cultura tibetana, Michael Aris, che divenne suo marito. E il padre di Alexander e Kim, i suoi figli. Il film di Besson si sofferma molto sulla sua vita privata. Il ruolo di Aris è stato affidato a David Thewlis, piu’ noto come il professor Lupin nella saga di Harry Potter. Morirà nel 1999 di cancro, senza poter incontrare la moglie negli ultimi anni, imprigionata in Birmania e costretta scegliere fra l’impegno per la sua patria e la propria famiglia, alla quale il regime militare proibiva di raggiungerla. Aung San Suu Kyi aveva vinto le elezioni nel 1990, ma i generali rigettarono il voto popolare. L’anno dopo la donna vinse il Nobel per la pace.

Besson, ovviamente, non ha potuto incontrare Aung San Suu Kyi, quando è stato in Birmania, ma le ha inviato la sceneggiatura (mediante circuiti informali) per strapparle l’approvazione, puntualmente ottenuta. Quanto alla Yeoh, munita di un passaporto malese, è andata a conoscerla subito dopo la sua liberazione. “Abbiamo parlato di tante cose – ha detto -. Ma non del film”.