Siccome fare l’elenco dei voltagabbana al Sud e in particolare in Campania equivale al tentativo di svuotare una piscina con un cucchiaino da caffè, la volta scorsa mi dimenticai di citare l’onorevole casertano Americo Porfidia. Medico cardiologo, sindaco di Recale, eletto deputato per due legislature consecutive in Italia dei Valori dopo alcuni trascorsi nel Ccd – quando il partito di Casini era alleato con Berlusconi – ora è nel gruppo parlamentare del partitino meridionalista di centrodestra Noi Sud e il 14 dicembre ha votato contro la sfiducia al governo Berlusconi. Lui, eletto due volte nel partito antiberlusconiano per eccellenza.

E allora raccontiamo un po’ attraverso quali vicende Porfidia ha mollato Idv ed è diventato uno dei casi più eclatanti di quella “questione morale” a cui si riferiscono Luigi De Magistris, Sonia Alfano e Giulio Cavalli nella loro lettera ad Antonio Di Pietro. Nel 2009 si apprende che Porfidia è coinvolto in un’indagine per tentata estorsione con l’aggravante di aver favorito la camorra. Scrisse Rosaria Capacchione su Il Mattino il giorno della notifica dell’avviso di concluse indagini: “In ballo c’era il controllo del pacchetto di maggioranza di «Villa del Sole», una delle maggiori cliniche private convenzionate della provincia di Caserta. Il gruppo Riello in bilico, il gruppo rivale di Americo Porfidia in assetto di guerra. Era il giugno del 2004 e nella riunione del cda si sarebbero decise le sorti societarie dell’azienda. Fu allora che Porfidia, socio della casa di cura assieme alla moglie, sindaco di Recale e deputato in carica eletto nella lista dell’Italia dei Valori, si sarebbe rivolto alla camorra. Nello specifico ad Antimo Perreca, capozona del suo paese, e a Gaetano Piccolo, esponente del clan Belforte di Marcianise. Aveva chiesto e ottenuto, sostiene la Procura antimafia di Napoli, che i due boss facessero pressione su un altro socio di Pietro Riello, Giuseppe Maccauro, perché rinunciasse al controllo delle quote azionarie. In cambio, aveva garantito posti di lavoro e l’ingresso di una società di pulizie legata dal gruppo camorristico”.

Quando le prime avvisaglie dell’inchiesta finiscono sui giornali, tra Porfidia e Idv si consuma uno strano gioco delle parti. Il deputato che si autosospende e si iscrive al gruppo misto, il partito regionale che lo difende, la segreteria provinciale di Idv che resta comunque in mano a persone di sua strettissima fiducia. Fatta salva la presunzione di innocenza di Porfidia, non è stato uno bello spettacolo. Tra ipocrisie su ipocrisie, il deputato da un lato controllava indisturbato Idv a Caserta e dall’altro si allontanava progressivamente dal partito a livello nazionale. Fino al passaggio in maggioranza con Berlusconi.

E Di Pietro? Ancora nel novembre 2009, pochi giorni prima dell’avviso conclusa indagine, affermava sul sito di Micromega: “Quanto alla posizione processuale dell’on.le Amerigo Porfidia, ribadisco innanzitutto che non è vero che egli sia mai stato processato e nemmeno indagato per associazione mafiosa ex art. 416 c.p. Tale affermazione è un’autentica falsità, pubblicata a suo tempo da alcuni organi di informazione, a cui l’on.le Porfidia ha immediatamente e tempestivamente risposto anche querelando e citando in giudizio per diffamazione gli autori”.

E’ andata a finire come sappiamo. Ma con una coda sorprendente, rivelata stamane dal bravo collega Nello Trocchia sulle pagine del quotidiano Terra. Porfidia, scrive Trocchia, ha avuto un ruolo decisivo nel procacciare un altro transfuga dipietrista alla causa berlusconiana e così salvare il governo. Antonio Razzi, l’abruzzese eletto all’estero, ha confessato: “Sono stato avvicinato dall’amico Porfidia e ci siamo trovati con la famiglia”. I voltagabbana del Sud sono come le ciliegie. Uno tira l’altro.