Chi come noi, e come il giornale che ospita questo blog, si è battuto e si batterà contro ogni legge bavaglio e contro ogni editto bulgaro, non può che provare analogo orrore quando le manette cercano di arrestare la libera circolazione delle opinioni e della creatività artistica.

La decisione del parlamento ungherese di approvare una legge bavaglio che prevede carcere e sanzioni per i cronisti ci riguarda direttamente; in Europa, infatti, comincia a spirare il brutto vento della censura, e dopo l’Ungheria anche la Bulgaria potrebbe percorrere la stessa strada.

La pista è stata aperta dall’Italia che, non a caso, si ritrova insieme a paesi ex comunisti, guidati da solide maggioranze di destra che, tuttavia in materia di diritti civili e di libertà sono più vicini alla Russia di Putin che non alle grandi democrazie liberali.

Quello che è successo a Budapest avrà ripercussioni sullo stesso parlamento europeo dove cresce il fronte di chi vorrebbe mettere sotto tutela i media, a partire da quella rete che sembra essere oggi il vero oggetto del desiderio da parte di tanti governi.

Per queste ragioni come articolo 21 abbiamo chiesto alle organizzazioni internazionali dei giornalisti di promuovere una iniziativa comune in Ungheria affinchè sia evidente che alla internazionale della oscurità si oppone una internazionale della trasparenza che si impegnerà comunque  ad aggirare i divieti e a favorire la libera circolazione delle notizie, magari cominciando ad offrire spazi e supporti di ogni genere proprio alla lotta dei giornalisti ungheresi.

Allo stesso modo dobbiamo fare nostro l’appello lanciato da decine di protagonisti del cinema internazionale per chiedere la revoca della condanna inflitta dal governo iraniano al regista iraniano Jafar Panahi, al quale non sono stati dati solo sei anni di carcere, ma anche l’interdizione per un ventennio a girare film e ad avere contatti con la stampa. Si tratta di una vera e propria lapidazione morale, di una condanna a morte della sua attività artistica, della possibilità di esprimersi, di dare segno alle ansie e alle tragedie del suo popolo. La condanna è arrivata perchè Panahi aveva solidarizzato con l’Onda Verde, perchè aveva reso omaggio alla giovane Neda, massacrata dalle guardie di regime, perchè il suo nome era stato gridato da migliaia e migliaia di giovani dentro e fuori l’Iran.

I suoi avvocati si sono rivolti alla pubblica opinione europea e alle istituzioni internazionali affinchè seguano il processo d’appello, facciano sentire la loro voce, non si distraggano magari per non turbare troppo le transazioni commerciali con Teheran.

Chi volesse aderire alla petizione internazionale potrà farlo attraverso il sito www.ipetitions.com/petition/solidaritè-jafar-panahi/, oppure sul sito di articolo 21.

L’Italia, tuttavia, può e deve fare i più, perchè proprio da noi Panahi vinse nel duemila il Leone d’oro di Venezia con il film “Il Cerchio”. Spetta al governo italiano farsi interprete del disagio e della rabbia di tanti italiani altrimenti dovremo farlo noi con tutti i mezzi possibili.

Il regista Maurizio Sciarra, rappresentante italiano nella federazione europea dell’audiovisivo, riprendendo una proposta già avanzata dalle associazioni degli autori e dei registi, ha invitato i media ed in particolare il servizio pubblico a trasmettere i film di questo grande regista, a parlare delle sue opere, a promuovere una campagna di informazione contro questa sentenza oltraggiosa che colpisce i diritti fondamentali della persona.

Il bavaglio magiaro e la condanna di Panahi ci riguardano e ci offendono, spetta anche a ciascuno di noi, nei modi e nelle forme che riterrà, di alzare la bandiera della libertà anche per loro, perchè chi vorrebbe imbavagliare i cronisti e gli intellettuali in Italia, non avrà certo nè il tempo, nè la voglia, di battersi per i giornalisti ungheresi o per un regista iraniano.