Imprenditori che ridono pensando ai profitti e promesse non mantenute sulle tasse. Ma soprattutto manganellate. Il 2010, per i cittadini de L’Aquila, è stato l’anno della sfiducia. Nei mesi successivi al terremoto del 6 aprile 2009 il Governo era riuscito a ottenere il consenso di larga parte della popolazione, complici gli slogan “Tutti in vacanza a spese dello stato” e “Dalle tende alle case”. Quest’anno, invece, c’è stato un brusco risveglio. E a partire dal dicembre scorso (con una prima protesta per la proroga sulle tasse), il rapporto fra terremotati e istituzioni si è progressivamente deteriorato. Un’escalation che è culminata con le manifestazioni di quest’estate, ma che è proseguita anche nei mesi successivi, fino all’irruzione del 23 dicembre al palazzo della Regione per protestare contro la mancata sospensione degli arretrati delle tasse nel Milleproroghe.

Che i numeri non tornassero, del resto, era già evidente all’inizio dell’anno: si era detto case per 30mila persone, che sono diventate 18mila fra appartamenti e moduli provvisori. E solo quando si è chiusa la prima fase emergenziale.

A febbraio lo scandalo che travolge la Protezione civile scatena, per la prima volta, lo sdegno della popolazione: le intercettazioni pubblicate nell’ambito dell’inchiesta “Grandi eventi” e appalti del G8 alla Maddalena rivelano che la cricca ha messo le mani anche sull’Aquila. La conversazione fra due imprenditori, la notte del 6 aprile 2009, suscita enorme indignazione:

Gagliardi: «Oh ma alla Ferratella occupati di sta roba del terremoto perché qui bisogna partire in quarta subito. Non è che c’è un terremoto al giorno.»

Piscicelli: «No, lo so.» (ride)

Gagliardi: «Così per dire per carità… poveracci.»

Piscicelli: «Va buò ciao.»

Gagliardi: «O no?»

Piscicelli: «Eh certo… io ridevo stamattina alle 3 e mezzo dentro il letto.»

Gagliardi: «Io pure…va buò… ciao.»

Arrivano reazioni sdegnate, dalla politica e dalla società civile. Il procuratore dell’Aquila Rossini chiede copia degli atti della procura di Firenze e afferma: «Tanti sono venuti e si sono organizzati per fare speculazioni truffaldine». Il 15 febbraio, Bertolaso, ancora capo della Protezione civile, ammette: «Qualcosa può essermi sfuggito». A giudicare da quanto scrive la Corte di Cassazione, quel che è sfuggito a Bertolaso è più di qualcosa: gli indagati facevano parte «di un sistema di potere in cui appare normale accettare e sollecitare utilità di ogni genere e natura da parte di imprenditori del settore delle opere pubbliche, settore nel quale quei pubblici ufficiali hanno potere di decisione e notevole potere di influenza, e gli imprenditori hanno aspettative di favori.»

Gianni Letta precisa che nessuno di quegli imprenditori ha lavorato all’Aquila. Ma in un’altra intercettazione Piscicelli afferma che, dieci giorni dopo il terremoto, gli sono stati chiesti già «sei escavatori e venti camion. Inoltre ci sono lavori per il consorzio Federico II, di cui fa parte la Btp: i vertici di quest’ultima sono indagati per presunti favori concessi dal coordinatore nazionale del Pdl, Denis Verdini. In quei giorni, il Parlamento avrebbe dovuto convertire in legge il Decreto 195, che conteneva, fra l’altro, una creatura fortemente voluta da Berlusconi e Bertolaso: Protezione Civile Servizi Spa. Nel clima di bufera, la Spa viene stralciata.

Ma per gli aquilani questa rinuncia non basta. La misura è colma. Il 28 febbraio, con caschetti, pale e carriole, si radunano in Piazza Duomo, sfondano le transenne al grido di “3 e 32, io non ridevo” e si mettono a spalare le macerie mai rimosse della zona rossa, il centro storico ancora militarizzato. I terremotati rivendicano il proprio ruolo nella ricostruzione: chiedono di uscire dalla gestione emergenziale che avviene attraverso commissariamento e ordinanze; con difficoltà si organizzano in Assemblea permanente, propongono al Comune un regolamento per la partecipazione – ancora inascoltato – e scrivono una legge di iniziativa popolare con un progetto organico per la rinascita della città, riassunto nella sigla S.O.S.: sospensione delle tasse, occupazione, sostegno all’economia.

Non ottengono nulla di tutto questo. Anzi, arriva un nuovo vicecommissario, Antonio Cicchetti. E in estate si ripropone la questione-tasse. Il 16 giugno 25mila persone animano una manifestazione cittadina, ma la proroga di sei mesi concessa nel dicembre 2009 scade e dal primo luglio dipendenti e pensionati ricominciano a pagarle.

Rimane però il nodo della restituzione degli arretrati. Così, si ritorna a Roma. Nella capitale si radunano anche aquilani che scendono in piazza per la prima volta nella loro vita. Li aspetta una brutta sorpresa: arrivano le manganellate (video). E la sfiducia nello Stato cresce.

La città rischia lo spopolamento, la ricostruzione va a rilento perché mancano ancora le linee guida per le case più danneggiate e per i centri storici. Macerie e infiltrazioni mafiose sono al centro dei dossier di Libera e Legambiente.

Il 20 novembre una manifestazione nazionale nel capoluogo abruzzese rilancia l’S.O.S. Berlusconi promette che nel Milleproroghe ci sarà uno slittamento di 6 mesi per la restituzione degli arretrati. Ma agli aquilani non basta, considerato che per il terremoto di Marche e Umbria la proroga fu di 12 anni.

Infine, la doccia fredda: nel Milleproroghe non si parla dell’Aquila. Come se non bastasse, gli sfollati che vivono nel progetto C.A.S.E. dovranno pagare l’affitto dal 2011 per sostenere gli elevati costi di manutenzione degli alloggi voluti dal Governo e dalla Protezione civile; per i 2.095 che ancora vivono in alberghi e caserme l’assistenza finirà il 31 dicembre.

Così, il 23 dicembre viene occupato il palazzo della Regione. La sera arrivano rassicurazioni del governo per una proroga di altri 6 mesi. Ma all’Aquila non si crede più alle promesse e non ci si accontenta di misure che non prevedano una programmazione a lungo termine: Assemblea cittadina e Consiglio comunale si dichiarano in stato di agitazione permanente. Gli aquilani si aspettano la svolta nel 2011. Ma le premesse, stando ai fatti, sembrano ancora lontane.