Le manifestazioni studentesche di mercoledì scorso confermano l’impressione che questi millenials (i diventati adulti nel XXI secolo) sono davvero una grande generazione: straordinaria l’intuizione di non offrire bersagli agli energumeni tipo La Russa o Gasparri, alla ricerca sempre e soltanto della rissa; relegati nel vuoto della “zona rossa” attorno al Parlamento a contemplare impotenti la propria nullità politica.

Grande Generazione. Lo si disse anche per quella del ‘68. Perché entrambe hanno prodotto avanguardie creative. Sicché non significa nulla osservare che la maggioranza dei ventenni odierni si strafà con la playstation o peggio: i coetanei dei sessantottini tiravano a perdere tempo giocando al flipper.

Una generazione è quello che le consentono di essere le sue punte avanzate. E le avanguardie del nuovo movimento hanno dimostrato di utilizzare al meglio le armi dello spiazzamento ironico. Ancora una volta. Eppure con una profonda differenza: quarant’anni fa ci si trovava all’azimut di una grande accumulazione capitalistica, che ancora lasciava margini di manovra per azioni rivendicative, oggi siamo nel bel mezzo di una crisi sistemica che promette solo impoverimento e precarietà.

Ma ora come allora il problema di fondo resta sempre lo stesso: come evitare la dissipazione delle energie attivate dal movimento collettivo. Come evitare il riflusso dei più nella frustrazione da aspettative deluse e la corsa a farsi cooptare nelle stanze del Palazzo dei soliti furbetti opportunisti: quanti antichi portavoce della protesta e del sogno deambulano ora nella galleria delle anime morte che compongono l’attuale classe dirigente…

Questo il tema, per chi ha a cuore la difesa di un patrimonio di energia ed espressività sociale quale quello messo in campo dagli under in questi ultimi anni. Il capitale prezioso rappresentato da una generazione sul cui cammino grava la minaccia di ben due tagliole: come studenti e come soggetto generazionale.

La prima tagliola, in quanto studenti, è composta da due ganasce: una politica, che considera la scuola nel suo insieme un soggetto perdente, da poter penalizzare senza particolari costi nella distribuzione delle residue risorse (magari occultando le scelte a favore di altri soggetti con maggiore capacità di influenza sciorinando balle. Tipo quella del finanziamento a fronte di nuovi criteri valutativi da definire, quando poi non ci sono soldi con cui premiare i valutati eccellenti); l’altra, intrinseca alla realtà stessa dell’istituzione formativa, in particolare universitaria, in cui la corporazione degli stabilizzati considera in larga misura il proprio ruolo alla stregua di un posto sicuro, una rendita da ripartire con vassalli e famigli. Ecco dunque la missione impossibile che attende le ragazze e i ragazzi: battersi per la centralità dell’istruzione contro un governo che ha tutt’altre priorità, in presenza di presidii corporativi da parte degli organigrammi gerarchici interni.

La seconda – di tagliola – pronta a scattare sui garretti del nuovo soggetto generazionale discende dall’assoluta mancanza di sponde nel sistema della rappresentanza, dove non si riscontra il benché minimo interesse a fornirgli l’opportunità di essere effettivo agente del rinnovamento. Per inciso: molto bello e di alto valore simbolico l’incontro con il presidente Napolitano. Fermo restando che la presidenza della Repubblica è garante e non attore politico. Può offrire legittimazione, non interlocuzione operativa.

Ad oggi il movimento mantiene un alto potenziale di visibilità mediatica e mobilitazione. Ma questo dividendo politico rischia di svalutarsi rapidamente se non trova la possibilità di andare all’incasso. Come è già successo nel recente passato per tutte le istanze sociali di cambiamento. Presto esauritesi nell’insignificanza.

Questo il quadro, altamente preoccupante. Mentre i soliti normalizzatori professionali si limitano alle prediche sul rischio della violenza. Certo, nel momento in cui la protesta si rende conto di essere finita in un cul di sacco è possibile che prevalgano le spinte verso una radicalità suicida. Ma il rischio può essere evitato solo trovando una via di uscita allo stallo e una strategia per mettere fuori gioco le tagliole.

Se vogliamo davvero salvare il bene prezioso di questi giovani che riscoprono la politica, occorre che le residue risorse di intelligenza e generosità delle generazioni precedenti concorrano all’individuazione di sentieri alternativi. La nuova politica (e le sue condizioni per realizzarsi) come grande tema per uscire dall’impasse.

Mi rendo conto – scrivendo queste note – che tutti vorremmo qualcosa di meglio del generico progetto di lavoro culturale e civile. Attenderemmo l’indicazione del punto arichimedico con cui sollevare il mondo. Purtroppo la nostra crisi attuale non è solo economica. È anche e soprattutto crisi di idee per uscire da un immobilismo che fa marcire la stessa democrazia. Mentre conviene dubitare sempre di chi ci promette “la vittoria in tre mosse”. I terribili semplificatori.