Alla fine è inciampato proprio sulla domanda de Il Fatto, sulla parentopoli di governo. E dispiace. Se non altro perché ci aveva provocato con tono spavaldo: “Se non ci fossi io, voi de Il Fatto non esistereste, eh eh…“. Allora glielo avevamo chiesto, senza giri di parole con questa domanda: “Scajola ha sistemato la casa, a sua insaputa. Lunardi ha sistemato l’azienda, e l’ha pure ammesso. La Brambilla ha sistemato il compagno all’Aci e ha detto che è bravo. Bertolaso ha sistemato la moglie e il cognato, spiegando che non poteva discriminarli. Bondi ha sistemato il figliastro e il marito della moglie, con le consulenze, ma ci ha detto che erano casi umani… Cosa pensa del passaggio dal governo del fare a quello del sistemare?“.

Il vecchio Caimano, un tempo non avrebbe deluso. Avrebbe investito il cronista con fuoco e fiamme fino a incenerirlo. Avrebbe negato tutto, individuando la responsabilità di qualche perfido “comunista”. Invece, quello di giovedì scorso, cominciava male, provando con il trucco della diversione: “Vede, la sinistra…“. Che c’entra la sinistra?. E lui: “…mi lasci finire! Questi del governo sono casi di puro dilettantismo rispetto a una professionalità assolutamente elevata della sinistra in questa materia…“. Come come? Casi di dilettantismo?

Insomma quella parentopoli Silvio Berlusconi, in prima battuta, durante la conferenza stampa, la ammette e la condanna, sia pure minimizzando: “È nella natura umana che ci sia qualcuno abbastanza lontano dalla santità…“. Poi in serata è costretto a un curioso comunicato di rettifica. Curioso perché non difende tutti i suoi ministri (come potrebbe?), ma la sola Michela Brambilla. E dispiace anche questo, se non altro per quel tenerone di Bondi. Ma Silvio è chirurgico: due ministre sono già andate, bisogna tenersi stretta l’ultima donna che non gli dà problemi.

Qualcosa è successo fra le 14.30 e le 19.00, quando Palazzo Chigi ha dovuto correggersi per salvare il salvabile con una rettifica riparatrice: “Il Presidente Berlusconi – si leggeva nel comunicato toppa-peggio-del buco – ha potuto verificare l’assoluta e totale inconsistenza delle infondate accuse mosse al ministro Brambilla“. Quattro ore prima aveva detto su di lei, su Bondi, su Scajola, su Lunardi e su Bertolaso: “Sono casi spiacevoli“.

Poi la Brambilla ha alzato il telefono, si è imbufalita, ha chiesto di essere separata dagli altri. Per lei Silvio ha corretto il tiro, per gli altri si è tenuto sul generico: “In relazione alla risposta data dal Presidente Berlusconi alla domanda del giornalista Luca Telese de Il Fatto Quotidiano, si deve precisare che le indicazioni esposte dal giornalista stesso sono frutto di mere illazioni e sue personali supposizioni“. E anche in questo caso dispiace.

Ma cominciamo dall’inizio. Il tempo del sogno è finito, il Silvio di Berlusconi di ieri, nella tradizionale conferenza di auguri di fine anno sembrava entrato nell’età della prosa. Niente più miracoli, niente sorrisi sfavillanti, niente sorprese, niente promesse, niente milione di posti di lavoro: “Abbiamo cercato una soluzione alla crisi, anche al vertice dei presidenti del Consiglio: non c’è” (non c’è!). Ma anche il caimano non c’era più, e nemmeno il grande venditore che incantava gli italiani. il tono bonario era quello del vecchio zio che rispolvera i successi di sempre, del cantante che si esibisce nel revival di se stesso, un simpatico bobbysolo del centrodestra, che da sedici anni strimpella gli stessi accordi: “Magistrati golpisti”, “Faremo un piano unico per il fisco” e altre amenità già fritte e rifritte mille volte.

Roma, Villa Madama. Silvio Berlusconi aveva iniziato la conferenza stampa alla sua maniera. Una breve premessa di 60 minuti (Sic!), e alcune brevi risposte di venti minuti. C’erano trenta domande previste, lui se la cava con venti, come le squadre della zona retrocessione che fanno catenaccio. E, ancora una volta, dispiace. Non è più il Berlusconi scintillante delle grandi promesse e delle battute affilate, e fa quasi simpatia perché ne sembra consapevole, bonario e crepuscolare.

A un certo punto il cavaliere si aggrappa alla domanda di politica estera – che é come la domanda a piacere nelle interrogazioni – e parla per quasi mezz’ora: i giornalisti crollano, quando parla dell’Africa sub-sahariana e del piano casa (ma quello di Gheddafi) persino il fidato Paolo Bonaiuti – un guerriero highlander – gli fa il gesto di spremitura con la mano: “Stringi! Stringi!“. Uomo saggio: altri cinque minuti e si sarebbero addormentati tutti.

Berlusconi parlava come se avesse mille anni davanti, e sapesse di rischiare di non mangiare la colomba, con il suo governo. Anche gli effetti speciali erano da B-movie, molto teneri: “Arriverò a 325 deputati, senza coinvolgere nessun partito nella coalizione!“. E poi: “Nei colloqui mi hanno detto che si sta costituendo un gruppo di responsabilità nazionale” (scelta onomastica infelice. Parla di quello di Moffa, in cantiere ma con il nome di quello di Scilipoti). “Penso che arriverò alla fine della legislatura“.

Berlusconi si dissocia da sua figlia (“I figli, si sa, sono influenzabili dalle madri“). Poi ricorre al vecchio successo contro i magistrati: “La loro tesi è che la corruzione si perfeziona non quando c’è il passaggio di denaro ma quando i soldi vengono spesi. E quando anche altri giudici convergono su questa tesi, non si può negare che ci sia nella magistratura un’associazione tesa all’eversione“. E allora cosa propone Berlusconi? “Una Bicamerale che accerti se non ci sia nella magistratura una associazione tesa all’eversione“. Caspita, originale!

Infine la perla: il Cavaliere individua un nuovo, meraviglioso modello riformista: “In Kazakhstan si danno i permessi in una settimana“. Dal “nuovo miracolo italiano”. Al “nuovo miracolo kazaco”. Meno male che Silvio c’è.