Non ha torto Michele Serra quando dice che a Bologna di “rosso è rimasto pochino, quasi niente. Forse vent’anni fa”. Niente di rosso, poco di Pd. Sì, perché se il centrosinistra ha un epicentro della propria crisi politica e culturale è proprio Bologna, 390 mila abitanti e spiccioli, la più grande tra le metropoli di provincia. Non bastò la sconfitta contro l’emerito (quasi) sconosciuto candidato civico Giorgio Guazzaloca, il bis è probabile che si ripeta. E’ vero, Guazzaloca veniva dal mondo del commercio, era un bottegaio che nella città delle botteghe aveva presa, troppo in confronto al filo di perle di una sconosciuta davvero come Silvia Bartolini, ma questa volta la sconfitta avrebbe radici diverse, che maturerebbe nelle stanze del partito. E a dirla tutta il colpo da ko per il centrosinistra è già iniziato con le dimissioni del sindaco Flavio Delbono e una brutta vicenda di spese allegre per sé e quella che era la sua compagna.

La sinistra dopo aver visto sfilare e sfumare una serie di candidati forti, prima Prodi, che ha rispedito al mittente gli inviti fatti più per forma che per convinzione, poi Maurizio Cevenini, mister preferenze, costretto a lasciare per problemi di salute, è tutta un’incognita. Non solo, il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, teme e non poco le primarie che, invece, a Bologna le vogliono a tutti i costi. Perché Bersani ha paura? Perché la sconfitta potrebbe nascere in casa, come avvenuto a Bari (Nichi Vendola) e a Milano (Giuliano Pisapia): se vincesse Amelia Frascaroli, una “civica” candidata alle primarie contro Virginio Merola, già assessore e uomo più strutturato dentro al partito, la strada si presenterebbe tutta in salita. C’è chi dice che una eventualità del genere potrebbe portare Bersani alle dimissioni. E Amelia, come la chiamano i bolognesi, i numeri è probabile che li abbia. Non solo fa una campagna elettorale senza risparmiare colpi all’avversario, ma ha arruolato nella sua squadra addirittura Flavia Prodi, non solo la moglie di Romano, ma una donna che in certi ambienti di Bologna ha presa, raccoglie consensi. E comunque si chiama Prodi.

Un pantano nel quale il Pd avrebbe evitato di infilarsi, questo. Al punto che più di una volta ha pensato di corteggiare anche il commissario prefettizio, Anna Maria Cancellieri. Ma anche lei, negli ultimi mesi, ha perso la spinta che l’aveva contraddistinta i primi mesi. Cancellieri è alla ricerca di 50 milioni di euro per far quadrare il bilancio e un giorno taglia i compensi a consiglieri, assessori, sindaci del futuro, un altro aumenta la Tarsu e taglia gli stipendi ai dipendenti comunali che come augurio di Natale le hanno fatto recapitare un biglietto per Milano, da dove è arrivata.

Poco chiara poi la vicenda che ha portato a un esposto contro la Cancellieri alla Corte dei Conti. Un fascicolo in Procura – e uno alla Corte dei conti – al momento conto ignoti, sulle assunzioni a termine fatte da Comune di Bologna durante il mandato di Flavio Delbono e, successivamente, da Cancellieri. L’ipotesi di accusa potrebbe essere quella di abuso d’ufficio e riguarderebbe la violazione alla legge Brunetta. In sostanza, sia Delbono che Cancellieri, avrebbero rinnovato contratti a tempo determinato a 22 dirigenti comunali quando, secondo la legge, il tetto massimo sarebbe stato di 9. Brunetta, infatti, nelle norme contro gli sprechi, avrebbe fissato all’8 per cento sul totale dei funzionari in pianta stabile come quota massima il numero massimo dei dirigenti precari da poter assumere. A Bologna i dirigenti sono 94, di conseguenza i contratti a tempo determinato non avrebbero potuto essere più di 8 quando, invece, tutt’ora, toccano quota 22. Inoltre gli incarichi dirigenziali e di alta specializzazione a tempo determinato, sempre secondo la legge, “non possono avere durata superiore al mandato elettivo del sindaco” (come dal comma 3 dell’articolo 110 del Tuel), come spiegato anche dalla Corte dei Conti, sezione regionale di controllo della Puglia nella deliberazione n. 44/PAR/2010. Ma gli incarichi dei dirigenti bolognesi sono stati prorogati nonostante tutto al 30 ottobre 2011. In sostanza sarebbero dovuti cessare all’atto di dimissioni di Delbono e invece sono stati prorogati addirittura oltre anche la durata dell’attuale commissariamento.

I documenti che proverebbero la leggerezza commessa nelle assunzioni sono arrivati in forma anonima al blogger bolognese Antonio Amorosi che si è presentato in Procura e ha fornito tutti gli elementi prima di pubblicare sul suo sito le delibere con le quali le assunzioni sono state fatte e i parametri che dovrebbero essere rispettati. L’entourage del commissario smentisce al Fatto qualsiasi abuso. “Sono dirigenti che già c’erano, non nuovi assunti. Non potevamo lasciarli per strada. E poi sulla norma della Legge Brunetta anche l’Anci non ha ancora dato un’interpretazione chiara”.

E allora per il Pd non resterebbero che le primarie. “Uno strumento che va ripensato”, dice però oggi Bersani riferendosi proprio alla questione bolognese. E a Bologna, invece, sono già pronti per farle entro breve termine, col rischio che se non ci fosse un’ampia partecipazione, sarebbe una sconfitta in partenza. Se poi il candidato forte del partito, Merola, perdesse sarebbe una Caporetto. Merola, contro di sé, ha il passato da assessore con Cofferati. Il cinese, come lo chiamavano quando era in auge (dopo la Cgil e prima di spedirlo in Emilia aveva sfiorato la candidatura a premier) a Bologna non è mai stato amato. Per nulla. Girava poco e sempre con la scorta e alcuni provvedimenti lo avevano fatto soprannominare il sindaco sceriffo, come un leghista qualsiasi.

L’unica fortuna è che se il centrosinistra il Pd ha le idee confuse non vanno meglio le cose dall’altra parte. Il primo a creare scompiglio si chiamerebbe Renzo Bossi, meglio conosciuto come Trota. E’ lui che lavora all’interno della Lega: sostiene che sono maturi i tempi per “padanizzare di Bologna”. Vorrebbe un candidato dalla camicia verde, con l’appoggio scontato del Pdl, ma dopo aver sondato il terreno con Alfredo Cazzola e ricevuto un no, il Trota ha per il momento riposto le armi ed è tornato alle notti meneghine.

Ma se il Trota molla, dietro l’angolo è appostato Pierferdinando Casini, che a Bologna tiene famiglia, compreso la cognata seduta in consiglio regionale. Sono mesi e mesi che Casini non manca di intervenire ovunque. Per primo ha fiutato la campagna elettorale e da qui potrebbe ripartire la sua corsa, magari proprio accanto a Silvio Berlusconi. “A Bologna servirebbe un Obama al cubo”, ha detto l’altro giorno. “E’ una città finita, non ha un sindaco dai tempi di Guazzaloca, perché sia i cinque anni di Sergio Cofferati che la breve stagione di Flavio Delbono, non possono essere presi in considerazione. La città non è stata amministrata”.

Il nome, almeno quello, Casini lo ha già pronto. E’ Gian Luca Galletti, classe 1961, commercialista, già consigliere regionale da 5.474 preferenze, oggi vice presidente del gruppo Udc alla Camera. Convincere Berlusconi ad appoggiarlo, in questo momento non è difficile, un cambio consistente per un appoggio, anche esterno, al governo centrale, sarebbe più che sufficiente. E Casini non nasconde l’ipotesi di riavvicinarsi a Berlusconi. E’ stato così che l’aria, anche a Bologna, è cambiata dalla sera alla mattina. Il dialogo tra Pd e Udc si è improvvisamente interrotto. La dichiarazione non l’ha fatta Casini, ma il segretario del partito bolognese. Insomma, come se l’avesse fatta Casini. “Difficilissima una alleanza con i Democratici, perché il loro sistema di potere va superato” dice non più tardi di ieri la segretaria Udc Maria Cristina Marri. Pesa soprattutto la “continuità politica” di Merola, quello che oggi come oggi è il candidato forte alle primariue del Pd, sempre che ci siano, con la giunta Cofferati, di cui il fu assessore all’Urbanistica. E pesa pure la presenza dell’Idv: “Non staremo mai insieme ai dipietristi”.

Ma hanno i numeri, senza la Lega, Udc e Pdl? Forse no, ma convincere il Trota a prendersi ancora un po’ di tempo prima di padanizzare Bologna non è impegno arduo. Con questi presupposti non sarebbe escluso un finale al fotofinish. Anzi, al momento una quasi vittoria, viso che il centrosinistra trasferisce da Roma a Bologna tutti i propri malumori e le divisioni interne.

Ma di cosa avrebbe bisogno Bologna? Forse semplicemente di un sindaco, senza stare a scomodare personaggi inarrivabili come Giuseppe Dozza (21 anni di governo comunista, il più lungo del dopoguerra) o Renato Zangheri,13 stagioni, incluso il ’77, le stragi di Natale, la bomba alla stazione. Perché se Casini dice che l’ultimo sindaco è stato Guazzaloca, i bolognesi di sinistra (non rossi, perché come dice Serra, di quelli ce ne sono pochi) sono convinti che la città non sia amministrata dai tempi di Renzo Imbeni. In effetti Imbeni, arrivato con la fama di burocrate del Pci, riuscì a conquistare tutti. Dagli orchestrali ai titolari delle osterie del centro che lo ricordano ancora quando passava a far visita e, rigorosamente in dialetto, chiedeva come andavano le cose. Era arrivato da burocrate di partito, finì i dieci anni da sindaco della gente. Amato a Bologna, ma anche fuori dai confini. Le dediche che gli riservava la grande Luce Irigary, una delle più grandi pensatrici del Novecento, erano talvolta quasi imbarazzanti. Ma all’orizzonte di Imbeni non ce ne sono. Forse non ci sono nemmeno le primarie, dunque non c’è un candidato.

di Emiliano Liuzzi