Il 16 dicembre scorso il Centro Studi Minori e Media ha presentato i risultati di un’indagine dal titolo Minori, mass media e diversità.

Il 50% dei giovani intervistati ritiene che la presenza di stranieri in Italia sia un fatto negativo, il 36% che l’Islam costituisca una minaccia per l’Occidente. Un giovane su tre ritiene che l’amore tra due persone dello stesso sesso non sia vero amore quanto quello eterosessuale e che “negli ultimi tempi la società sia diventata troppo tollerante verso gli omosessuali“. Nel contempo, 6 giovani su 10 reputano che lo Stato debba riconoscere alle coppie omosessuali gli stessi diritti di quelle eterosessuali.

Che cosa sta accadendo al nostro Paese? Da un lato, ci viene detto che siamo troppo tolleranti; dall’altro, ci dicono che la legge dovrebbe riconoscere alle coppie gay e lesbiche gli stessi diritti delle coppie eterosessuali. Una contraddizione tutta italiana, che forse deriva da un uso distorto dei sondaggi, che in realtà in materie delicate come la libertà, le relazioni umane e la discriminazione non dovrebbero mai essere usate. Spesso le discriminazioni più palesi e violenze, è brutto da dire ma è la realtà, riscuotono ampio consenso.

E allora la mente va alla notizia che oggi ha occupato i giornali degli Stati Uniti. La politica che da vent’anni opprime gay e lesbiche nell’esercito americano è stata abolita. Niente più Don’t Ask Don’t Tell, dunque. “Niente più ipocrisia”, si sente dire dal governo americano, il cui Presidente ha da sempre sostenuto la necessità di abolire quella politica. Un’accelerata in questo senso l’ha data una serie di iniziative giudiziarie senza le quali, probabilmente, a questo risultato si sarebbe arrivati solo tra qualche anno. “Today, we have done justice“, ha dichiarato il Sen. Lieberman.

Giustizia. Che parola complicata e nello stesso tempo tanto elementare!

Se applicassimo a questa novità importante la logica nostrana dei sondaggi, forse avremmo delle sorprese. Non tutti gli americani sono d’accordo nel garantire una piena uguaglianza degli omosessuali nel diritto ad esprimere se stessi. Lo dimostra il fatto che vi sono ancora Stati che non riconoscono i crimini d’odio contro le persone omosessuali e che la stragrande maggioranza degli Stati, opposta ad una minoranza molto più evoluta su questi temi, ha rifiutato di riconoscere alle coppie gay e lesbiche il diritto di contrarre matrimonio. Ecco la politica che corre più veloce dei sondaggi. Vede più in là. Vede la vita delle persone, in particolare dei propri soldati (“Non è importante chi ami, se quello che ti si chiede è rischiare la vita per il tuo Paese“) e non si cura delle reazioni di pancia delle persone, anche se si tratta di elettori.

Del resto, l’uguaglianza è un concetto che resiste alle logiche della maggioranza e della sovranità popolare. Se ogni volta che si parla di uguaglianza tra cittadini (o tra cittadini e stranieri) adottassimo un referendum, probabilmente l’uguaglianza resterebbe un concetto vuoto.

Torniamo però in Italia. A che punto siamo?

Il 2010 ha visto due passi importanti che hanno coinvolto il nostro Paese. In aprile, la Corte costituzionale ha sancito che tocca al legislatore stabilire una disciplina delle unioni omosessuali, scegliendo la formula che ritiene più idonea. Accanto alla sovranità del Parlamento, la Corte si è anche riservata di intervenire dove le coppie omosessuali siano trattate diversamente da quelle eterosessuali coniugate. Un’apertura molto importante, questa, che si affianca alla sentenza di giugno della Corte europea dei diritti umani: i gay, dice la Corte di Strasburgo, fanno famiglia.

Dove andremo ce lo dirà il futuro. Ma per ora siamo fermi. Immobilizzati da un legislatore che non sembra curarsi di una minoranza quotidianamente violentata, discriminata e segregata. Esagero? Qualcuno dice di sì. Sarò forse troppo pessimista, ma è certo che la libertà è difficile da conquistare e facile da perdere. Soprattutto, solo chi non gode di alcuni diritti è consapevole di non averli; gli altri manco se ne accorgono. E’ a questi ultimi che ciascuno di noi dovrebbe rivolgere un appello: in fondo, “la discriminazione è una grande arma sociale attraverso la quale si possono uccidere delle persone senza spargimento di sangue“, diceva Hannah Arendt. Ebbene, è tempo che le discriminazioni finiscano. Anche al di là dei sondaggi.