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Giustizia & impunità | di Davide Milosa | 21 dicembre 2010

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La politica calabrese commissariata dalla ‘ndrangheta, fermato consigliere regionale Pdl

Si tratta di Santi Zappalà eletto il marzo scorso con oltre 11mila voti. In totale gli arrestati sono dodici. Tra questi cinque politici. L'operazione prende spunto dall'inchiesta Reale che mesi fa portò in carcere il boss Beppe Pelle

Politici in pellegrinaggio a casa del boss per contrattare candidature e in cambio pianificare favori. Tradotto: pacchetti di voti pagati a suon di appalti pubblici e privati. Dalla Calabria fino a Milano con investimenti milionari (appalti al nord già approvati) il cu volano principale sono due direttori di istituti di credito amici. Padrini che ragionano più da lobbisti che da capi mafia. Veri sovrani del voto che attendono i politici nelle proprie abitazioni. Ascoltano le loro ragioni. Non fanno promesse. Solo valutano l’opportunità di appoggiarli con il voto. Insomma, un commissariamento pressoché totale dell’amministrazione pubblica nei confronti delle cosche. A tal punto che uno dei boss più potenti della ‘ndrangheta come Giuseppe Pelle, figlio di ‘Ntoni Gambazza, può permettersi di valutare strategie future. Le elezioni regionali del marzo scorso. Ma anche quelle provinciali. Ragionando su pochi candidati su cui concentrare i voti. Il modo migliore per portarli fino a Roma Dopodiché le preferenze, oltre che con appalti, vengono pagate “con quattro, cinquemila euro”. Oppure in auto “da sessanta, ottantamila euro” o in viaggi di piacere.

Per mesi di questo si è parlato nell’appartamento di Giuseppe Pelle, boss di San Luca. E mentre si parlava, gli investigatori coordinati dalla Dda di Reggio Calabria mandavano in archivio filmati e intercettazioni ambientali. Tutto materiale confluito nelle 56 pagine di ordinanza che oggi ha portato in carcere dodici persone. Sette uomini legati a una delle più potenti cosche della ‘ndrangheta e cinque politici che nel marzo scorso si sono candidati alle regionali. Cinque candidati, ma solo un eletto: Santi Zappalà, sindaco nel comune di Bagnara Calabra, spinto in regione da oltre 11mila preferenze tra le file del Pdl. Oltre a lui in carcere sono finiti Antonio Manti (Alleanza per la Calabria), Pietro Nucera (Insieme per la Calabria), Liliana Aiello (Insieme per la Calabria) e Francesco Iaria (Udc). Tutti avrebbero avuto, in misura diversa, l’appoggio della cosca Pelle. In particolare Antonio Manti del centrosinistra  si è presentato con la lista Alleanza per la Calabria che ha sostenuto per la presidenza Agazio Loiero.

La figura di Zappalà aggancia poi altri nomi noti della politica calabrese. Tra questi l’ex An Alberto Sarra che pur non indagato è indicato come politico molto vicino alla famiglia Lampada da anni residenti a Milano e definita dai Ros il braccio finanziario della cosca Condello. Ma c’è di più. Secondo i magistrati “Zappalà non rappresenta un normale candidato che si limita a chiedere l’appoggio dell’organizzazione criminale per favorire la sua elezione, ma un personaggio abituato a trattare con ambienti malavitosi”. Tanto che nelle conversazioni registrate, lo stesso Zappalà, a colloquio con Pelle, confessa di aver già cercato appoggi mafiosi. “Già si era recato a Siderno – scrive il gip – dove aveva incontrato degli esponenti della famiglia dei Commisso”. E “questi ultimi, pur essendosi già impegnati a sostenere un altro candidato, lo avevano comunque trattato con grande deferenza promettendogli anche un pacchetto di voti”.

In particolare Zappalà era legato a Giuseppe Mazzacuva, imprenditore prestanome della cosca che per conto dei boss manteneva i rapporti con i politici. Scrive il gip: “E’ stato Mazzacuva a portarlo al cospetto di Pelle”. Quella fu l’occasione “per negoziare con lui i termini dell’accordo” con il quale “la cosca Pelle si impegnava a garantire allo Zappalà un pacchetto di voti nel mandamento jonico e il politico, in cambio, prometteva l’affidamento di lavori pubblici e un trattamento privilegiato per detenuti di notevole spessore criminale come Salvatore Pelle”.

Ma Zappalà, secondo gli investigatori, sarebbe in contatto anche con Francesco Barbaro (“il ragazzo di Platì”) che gli avrebbe potuto portare “quattro…cinquecento voti là…”. Non a caso “Santi Zappalà riferiva che un tal Luca, gli aveva portato Francesco Barbaro, affermando che quest’ultimo poteva controllare un consistente numero di voti”.

A conferma di agganci importanti nella politica, lo stesso Zappalà “conferma che la sua candidatura era fortemente sostenuta da Antonio Buonfiglio attuale deputato e sottosegretario alle politiche agricole”. Racconta: “Io con Alberto Sarra, ho una vecchissima amicizia, risalente dai tempi che furono! Alberto Sarra è molto vicino ad Antonio Buonfiglio che è il suo segretario alle Politiche Agricole”

Da tutto questo emerge un quadro allarmante in cui la politica calabrese risulta totalmente commissariata alle cosche. Non a caso il gip scrive: “Erano sempre i candidati a sollecitare gli incontri con Giuseppe Pelle”. Un’allarmante dipendenza attraverso la quale “il boss riceveva tutti e a tutti manifestava la propria disponibilità a concedere l’appoggio elettorale dell’organizzazione”. Dopodiché “Pelle si riserva di verificare lo spessore politico di ogni candidato e le sue effettive possibilità di elezione nonché la disponibilità manifestata dallo stesso nei confronti del sodalizio criminale”.

La strategia del boss era chiara. “Sostenere un ristretto numero di candidati per evitare una dispersione di voti” perché “doveva essere l’organizzazione a individuare i candidati ai quali offrire il proprio appoggio”. Il tutto per arrivare a un risultato certo. Posizione che viene approvata ad esempio da Antonio Manti (uno dei cinque politici arrestati), candidato per una lista civica che nel marzo scorso appoggiavo Agazio Loiero, il candidato del centrosinistra.

Il boss della ‘ndrangheta ragiona più come lobbista della politica che come capo mafia. I punti, per lui, sono chiari: “Per il Consiglio Regionale l’organizzazione avrebbe dovuto appoggiare candidati ben precisi, scelti fra soggetti appartenenti ai diversi mandamenti in cui l’organizzazione è strutturata”. Riflette Beppe Pelle: “La politica nostra è sbagliata se noi eravamo una cosa più compatta compà”. Il padrino ragiona a lungo termine. Riflette sui numeri e sulle persone. “La prossima volta – dice – quei sei che escono dalle regionali, se si portavano bene andavano a Roma”

Il concetto di puntare su un numero ristretto viene ribadito più volte dal boss. L’idea, infatti, è quella di formare un nocciolo duro da portare fino alle provinciali del 2011. “Tutti là si portano. Ogni paese chi ne ha due, chi ne ha tre, chi ne ha quattro. Per me è una cosa che non la condivido perché poi ognuno ha le sue, voi avete le vostre, quello ha le sue, l’altro ha le sue e questi voti compare si disperdono tutti”.

Politici a disposizione, insomma. Come quel Pietro Nucera, candidato (non eletto), ma soprattutto medico all’ospedale di Melito Porto Salvo. Anche per questo, il sospetto degli investigatori è che lo stesso Nucera possa “aver favorito la lunghissima latitanza di Antonio Pelle”. Non a caso il boss di San Luca conferma, che al di là della vittoria elettorale, Nucera può essere utile. Perché “a prescindere dal fatto delle votazioni, se occorre qualche cosa, di vedere qualche malato, qualche cosa che non si può muovere e cosa”. Ecco allora che Giovanni Ficara, uomo vicino ai clan Latella ma anche allo stesso Pelle “prendeva l’impegno di far confluire verso Nucera tutti i voti dei propri familiari e conoscenti”. Anche per questo Ficara si informa per capire da che parte politica stai Nucera. “Facendo presente che, se fosse stato candidato in un lista di sinistra, ci sarebbero state maggiori difficoltà nella raccolta dei voti”.

Oltre al voto, poi ci sono gli interessi e soprattutto gli affari. Che in questo caso si traducono in appalti pubblici e non. Il tutto giocato nel campo dell’edilizia. Ne parlano ad esempio Francesco Iaria, politico dell’Udc finito in carcere, e Giuseppe Pelle. “Quei progetti vi interessano o no?”, chiede Iaria. E prosegue: “Perché di Reggio ne hanno cinque, poi vedete lo valutate e poi vi voglio dire ci sono i posti, c’è tutto là, c’è tutto il progetto, cioè quanto pure per realizzare, ovvio con i prezzi di Milano”. La Lombardia, dunque. E non è un caso. Visto che l’inchiesta di ieri, pur prendendo spunto dall’indagine Reale attinge molto dall’operazione Crimine che nel luglio scorso ha messo a segno oltre 300 arresti tra la Calabria e il Nord Italia. Scrive il gip: “Giuseppe Pelle, apparendo seriamente interessato all’affare, chiedeva allo Iaria informazioni dettagliate sul tipo di lavoro da effettuare”. Quello allora risponde: “Parliamo di sbancamento, cose, tutto”. Mentre per i finanziamenti Iaria non ha dubbi. Su Milano ci sono due direttori generali di Unicredit Uno e Ubi Banca l’altro che sono disposti.

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