Poema della vanga.
Fine prima parte. Tori e Toreri. Scilipuoti e la sua mamma. Nevicata, studenti e congedo. Con postilla.

Questa è l’ultima puntata
di questa storia tremenda,
e riassumo la vicenda
finora rappresentata.
(Diciamo che è terminata
la prima parte del tomo.)
Tutto comincia col Duomo
che fu lanciato a Milano,
e con simbolismo arcano
sfregiò il carisma dell’uomo:

dissi che in quell’occasione
ricordo d’essermi accorto
che va vestito da morto,
con doppiopetto e cerone:
ne derivò la visione
dei suoi interlocutori
che, senza darlo a vedere,
con delle vanghe invisibili
lo spingono impercettibili
verso una plaza de toros:

e lui, per l’appunto, è il toro.
(Per quel ruminare scuro,
per gli occhi come fessure,
per quel vibrante furore
somiglia davvero a un toro).
Davanti a lui, nella fossa.
c’è Fini, mantiglia rossa,
torero molto famoso.
Pei lenta volò una rosa,
e s’accendeva la rissa.

E nell’arena impazziti,
menando colpi di vanga,
Tra schizzi d’inchiostro e sangue
Peones imbizzarriti
Lanciano cupi barriti.
Il toro batte la coda,
Fini l’insegue, l’inchioda
vorticando tra gli scranni;
Quando improvviso lo azzanna
il viscido Scilipuoti.

(L’orribile Scilipuoti!!
Di cui pizzicò la mamma
Santoro nel teledramma!!
La mamma di Scilipuoti!!
Signora dei terremoti!!
Adunca sibilla arcana!!
Bucranide Dannunziana!!
Ah, furibonda violenza
D’aghi e caciotte, potenza
Italica precristiana!!)

C’è chi grida al tradimento.
Casini ci rende noto
Che, ai tempi, Giuda Iscariota
aveva l’otto per cento
Del noto raggruppamento:
figurarsi in parlamento!
(Chissà. Nell’abbinamento
tra uomini miserabili
E cognomi memorabili
brilla uno strano talento.)

Ma concludiamo la scena:
Il toro fuggì, scappò,
e Vespa lo governò
spazzolandogli la schiena.
Gli terse la bava oscena,
e come nelle novelle
rientrarono le mascelle,
gli ricrebbero le dita
e si addormentò sfinito
sulla poltrona di pelle.

E d’incanto nevicò
tutto intorno alla poltrona,
e intorno alla sua persona,
che sbadigliando espirò
il demone che l’ispirò
a combattere Gianfranco.
Adesso giace su un fianco,
burattino col testone
dipinto di marrone,
in mezzo a tutto quel bianco.

E lenti si allontanavano
Dentro la neve pian piano
Con le loro vanghe in mano
Quelli che prima gridavano.
Intanto, si allineavano
Indisciplinatamente
I nostri allegri studenti
Ai giovani d’Inghilterra,
Nel primo inverno di guerra
Tra i poveri e l’Occidente.

Possiamo qui licenziare
il Poema della Vanga,
perchè qualche cosa rimanga
di queste giornate scure.
E ringrazio lorsignori
se ancora mi si permette
di dire la data esatta
in cui si ferma il poema:
dicembre del dieci, in Roma,
il venerdì diciassette.

(Postilla: da tempo scrivo
di figurine con pala,
e una foto sul giornale
me ne presenta uno vivo.
Anche questo è un buon motivo,
O se vogliamo un segnale,
Del rapporto micidiale
Tra storia e immaginazione.
Davanti a questa visione
Depongo penna e messale.)