Sapendo di doverla consumare nel 2014 comprereste una conserva che reca la scritta “attenzione potrebbe scadere nel 2013”? Se la risposta è no, state lontani dai titoli di Stato dei Paesi europei che non hanno i conti pubblici in ordine.

Il Consiglio europeo di venerdì ha infatti sancito la possibilità di costituire un fondo a favore degli Stati in difficoltà ma da utilizzare esclusivamente come ultima risorsa possibile e con l’accordo unanime di tutti i membri dell’Unione. Nessuna novità e nessuna risorsa aggiuntiva per Grecia, Irlanda, Portogallo e soprattutto nessun accenno alla situazione spagnola che inizia ad essere preoccupante. Tanto che, secondo il presidente dell’Eurogruppo (i Paesi dell’Eurozona) Jean Claude Junker, tra pochissimo bisognerà aumentare la dotazione del Fondo salva Stati (Efsf) che invece è stato dichiarato sufficiente dai leader, in attesa della stabilizzazione del meccanismo di salvataggio nel 2013. “Tutti sanno che quello che si è deciso non reggerà fino a gennaio e che dovranno essere prese nuove decisioni”.

I grossi investitori, ragionando come gli avventori di un supermercato che devono comprare le conserve, si terranno quindi lontani dalle emissioni fatte dai PIIGS (Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna e, purtroppo, anche Italia) nei prossimi mesi e alleggeriranno il portafoglio dai bond con scadenze più lunghe. L’atteggiamento anglo-franco-tedesco verso la crisi ormai ha sempre più le caratteristiche di un disimpegno privo di un piano coerente di sostengo al sistema europeo. Tanto che ieri i leader di questi tre Paesi, con Olanda e Finlandia, hanno chiesto al presidente della Commissione Ue José Barroso di far dimagrire anche il bilancio comunitario, oltre a quello degli Stati membri: “L’impegno degli stanziamenti per il prossimo quadro finanziario pluriennale non dovrebbe superare il livello del 2013 e dovrebbe avere un tasso di crescita pari o inferiore al tasso di inflazione”.

Gli analisti finanziari da tempo non danno più peso alla retorica europeista dei comunicati ufficiali e stimano che la penisola iberica (Portogallo e Spagna) sarà la prossima vittima di una crisi finanziaria. È molto difficile che il governo lusitano possa accedere al mercato nei prossimi mesi: il 90 per cento delle istituzioni finanziarie portoghesi pensano che la propria nazione ricorrerà a breve al fondo di aiuti europeo per un ammontare pari ad almeno 60 miliardi di euro. Le banche spagnole sono in grandissima difficoltà, il costo del funding (raccolta) è schizzato ad oltre il 4 per cento per una scadenza a 2 anni, quindi di molto superiore al tasso che pagano i proprietari di casa sui loro mutui.

Una situazione insostenibile che sembra avviarsi verso lo show down finale con la scadenza di 111 miliardi di obbligazioni bancarie che dovranno essere rifinanziate nei primi mesi del prossimo anno. La Spagna diventerà il simbolo della fine di un’era economica e potrebbe segnare l’inizio della fine del sistema monetario europeo. Madrid è la sintesi dei problemi di questa crisi: un modello economico che non funziona più, un sistema bancario eccessivamente esposto alla bolla immobiliare che si è sgonfiata e un alto tasso di disoccupazione persistente.

Salvare la Spagna con le ricette tedesche semplicemente non è possibile, troppo grande per essere aiutata richiederebbe uno sforzo da parte della comunità internazionale di almeno mille miliardi di euro. La diplomazia italiana non è riuscita a fermare questo processo disgregatore e i comunicati ufficiali delle presidenza del Consiglio appaiono fuori tono rispetto ai problemi. I ministri si affollano in televisione e continuano ad affermare che “non abbiamo fatto e non faremo la fine della Grecia e dell’Irlanda”. Dimenticando che Elena Salgado, ministro delle Finanze spagnolo, diceva ancora a novembre: “La Spagna non è né l’Irlanda né la Grecia”. Non ci sono molte illusioni da farsi: dopo la Spagna toccherà all’Italia dimostrare agli investitori di essere in grado da sola di ripagare l’enorme debito pubblico che nei sette anni di governo di Berlusconi è cresciuto di ben 440 miliardi di euro. La legge di stabilità, appena approvata dal Parlamento, è largamente inadeguata per scenario, le stime di crescita del Pil sono ottimistiche e non tengono conto delle complicazioni e degli scossoni del mercato finanziario. Berlusconi, all’uscita del vertice europeo, si è vantato del risicato successo ottenuto in Parlamento e ha invocato di nuovo gli eurobond, il progetto di debito pubblico europeo sostenuto dall’Italia e già bocciato dalla Germania. Non una parola sulla situazione economica, solo una