Finisce in manette un pezzo infedele dello Stato. Forniva informazioni riservate alla cosca Lo Giudice di Reggio Calabria, in cambio, di denaro e del pagamento delle spese di viaggio, dei conti alberghieri e di abiti firmati.

Con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, il Ros ha arrestato a Livorno il capitano dei carabinieri Saverio Spadaro Tracuzzi. Fino a poche settimane fa ha prestato servizio alla Dia di Reggio. Secondo i magistrati della Direzione distrettuale antimafia, la cosca mafiosa Lo Giudice veniva informata delle indagini che la riguardavano. Informazioni che i boss hanno pagato anche con regali importanti come una Porche intestata al capitano Tracuzzi, l’ufficiale dell’Arma in costante contatto con i boss Luciano e Nino Lo Giudice.

Proprio quest’ultimo, arrestato a settembre, ha fatto il nome di Tracuzzi che avrebbe contribuito al rafforzamento della ‘ndrangheta. In sostanza, il capitano della Dia avrebbe fornito ai fratelli Lo Giudice notizie coperte dal segreto investigativo e riguardanti indagini in corso. Anticipava i provvedimenti di arresto nei confronti degli appartenenti alle cosche reggine. Alle orecchie dei boss, quindi, giungevano notizie riservate come i nomi degli arrestati prima che scattassero i blitz e i momenti in cui aumentavano i controlli nella cattura dei latitanti.

Dalle indagini, coordinate dal sostituto procuratore della Dda Beatrice Ronchi, è emerso anche che Nino Lo Giudice avrebbe aiutato il capitano Tracuzzi fornendogli qualche elemento per l’arresto del boss Pasquale Condello, soprannominato il “Supremo”, poi catturato dal Ros dopo 20 anni di latitanza. È lo stesso Nino Lo Giudice che, dopo l’arresto, ha scelto di collaborare con la giustizia autoaccusandosi della bomba del 3 gennaio fatta esplodere all’ingresso della Procura generale, dell’ordigno che il 26 agosto ha distrutto il portone del procuratore generale Salvatore Di Landro e del bazooka ritrovato a poche centinaia di metri dal Cedir, sede della Dda reggina, e servito per intimidire il procuratore Giuseppe Pignatone.

Secondo gli investigatori, Saverio Spadaro Tracuzzi  avrebbe assicurato il proprio intervento per “bloccare” accertamenti nei confronti degli esponenti della cosca accettando in cambio denaro. Un assurdo “patto di impunità” di cui, prima del pentito Nino Lo Giudice, ha parlato anche il collaboratore Consolato Villani, affiliato alla stessa consorteria mafiosa. “Si scambiavano delle notizie. – dice il pentito ai magistrati circa il rapporto tra l’ufficiale e i boss – Loro gli davano notizie in merito, sia Luciano che Antonino, gli davano notizie anche di altri ‘ndranghetisti, anche di altre persone, su tante vicende a questo signore. Questo signore giustamente le riportava a chi le doveva riportare, facevano quello che dovevano fare, ma questo signore gli dava notizie pure a loro….omissis…nel senso che si scambiavano confidenze sia da una parte sia dall’altra, loro due erano già confidenti….la strategia di Antonino Lo Giudice era quella di fare arrestare i maggiori esponenti delle altre cosche per rimanere lui e il fratello o di fare succedere una guerra di nuovo a Reggio Calabria. Antonino Lo Giudice e Luciano Lo Giudice erano confidenti…della Dia…Praticamente lui si vuole comprare la sua, la loro, io penso la sua intoccabilità a Reggio Calabria vendendosi prima all’uno e poi all’altro e poi all’altro”.

Un’intoccabilità che nessuno poteva garantire. Un anno fa Luciano Lo Giudice è stato arrestato dalla Mobile che gli ha sequestrato beni per diversi milioni di euro. Due mesi fa, è stata la volta di Nino Lo Giudice detto “il nano”. Dopo l’avviso di garanzia del 7 ottobre scorso, oggi è finito in carcere anche chi doveva assicurare l’improbabile impunità ai boss