Riprendiamo il nostro viaggio nell’universo della musica indipendente e andiamo a conoscere il cantautore salentino – ma romano di adozione – Luigi Mariano, “tribute-singer” di Giorgio Gaber e una delle realtà più interessanti del panorama musicale del Belpaese, autore di un’opera prima davvero sensazionale, Asincrono, in cui dimostra grande abilità nel saper giocare con le parole e la capacità di creare melodie, che fanno sì che il suo possa esser considerato un album di pregio.

Con canzoni ora ironiche ora impegnate, Luigi Mariano riesce a bilanciare profondità e leggerezza, spaziando con disinvoltura da canzoni d’impegno civile (Il negazionista, Solo su un’isola deserta), ad altre di attualità (RAI libera), e denuncia sociale (Edoardo, Il singhiozzo) fino ad arrivare a testi intimisti e viaggi introspettivi all’interno di se stesso (Non ti chiamerò, Intimità).

Il disco è prodotto da Alberto Lombardi, già autore di vari dischi e chitarrista di Luca Barbarossa, Daniele Groff e molti altri. Hanno partecipato alla produzione dell’album giovani musicisti di ottimo livello tra i quali Marco Rovinelli (batterista di Samuele Bersani), Pierpaolo Ranieri (bassista che ha collaborato con Paola Turci e Marina Rei ), ed Areamag (alias Gabriele Ortenzi) cantautore geniale che ho già avuto l’onore di presentarvi.

Siamo andati ad incontrare Luigi Mariano; lui non ha deluso le nostre aspettative e ne è nata un’intervista davvero stimolante.

Quali sono le tue ambizioni legate ad Asincrono e, se riesci a ricordarle, quelle che avevi prima ancora che nascesse il disco?
Sebbene io scriva canzoni e suoni in giro da quasi 20 anni (il primo brano è del ’91), solo dal 2006 ho scelto con coraggio di proseguire il mio percorso artistico intendendolo non più come hobby (o dopolavoro), ma affrontandolo con un atteggiamento assolutamente professionale. Dopo quella sofferta decisione, folle ma fermissima, di quattro anni fa, si può intuire quanto le mie ambizioni siano (per forza di cose) tante: innanzitutto per la necessità quotidiana di conferire dignità economica a ciò che faccio (e finora è davvero dura); e poi per comprensibili motivazioni legate a legittime ambizioni di carattere personale.
Mi piacerebbe che questo mio Cd Asincrono potesse arrivare a più gente possibile, anche perché da aprile sto tastando con mano quanto la stragrande maggioranza di chi lo ascolta, sia tra gli addetti ai lavori sia tra i tanti che mi seguono, ne sia rimasta colpita e in certi casi entusiasta. Sono tante le proposte discografiche che mi stanno arrivando e con calma le sto vagliando. Il mio sogno, comunque, è fare tour teatrali a ruota libera.

Cos’è per te il “successo”?
Il successo è stare bene con se stessi e con gli altri, facendosi apprezzare per ciò che si è veramente. E’ la mia idea (non pretendo sia di tutti) e coincide con la serenità.
Per me il successo non è per nulla collegabile né all’importanza presunta di una professione, né all’eventuale ampio “consenso di massa” che la stessa fosse in grado di regalare: se si è infelici “dentro”, per me non può esistere successo. Sarebbe solo una carcassa inutile e inerte, senza vita. Non riuscirei mai a scrivere una frase tipo: “E’ un uomo di successo, ma infelice”, cosa che leggo spesso, allibito. E’ inconcepibile: non è quello il successo. Un onesto piccolissimo artigiano o un impiegato che fossero nel loro piccolo pienamente soddisfatti di quello che fanno ogni giorno sul lavoro, o di se stessi o dei loro rapporti interpersonali, per me sarebbero già persone di grandissimo successo.
Mi fa poi molto ridere come al giorno d’oggi spesso il successo sia associato alla popolarità effimera, alla fama, all’andare in Tv in intrattenitori vuoti o sui giornali.
Nel mio campo professionale (musica) non ho mai guardato a queste cose citate come “obiettivi” finali di un ipotetico successo, magari popolare, né come mete, ma le ho viste esclusivamente come essenziali (e comunque mai ripudiati) “strumenti” che lungo un percorso, aiutandomi a risalire dal fondo, potessero aiutarmi a vivere di musica con dignità. Sì, vivere di musica con dignità, elargendo emozioni al proprio pubblico: è il più grande successo che io mi auguro.

Ritengo bellissima la canzone Edoardo. Come mai la scelta di cantare di un giovane rampollo?
Perché volevo parlare di incomunicabilità tra padre e figlio, nonché del peso (a volte insostenibile) di una responsabilità.
La triste storia di Edoardo Agnelli, che questo peso non lo resse (al punto da gettarsi, 10 anni fa, da un ponte) mi pareva toccante ed esemplare in tal senso. Quello che mi ha commosso della personalità di Edoardo è il senso di enorme rispetto umano per le proprie radici familiari, un rispetto che però faceva a pugni in modo radicale e profondo con la sua totale incapacità di abbracciare quel mondo dell’imprenditoria, da cui si sentiva distante anni luce. Era sensibile e spirituale, forse anche poco pragmatico, amava le filosofie orientali. Col cuore “volava alto”, sopra le megalopoli industriali, alla ricerca di qualcosa di più grande. Era perciò incapace di accollarsi il peso di una successione o di un’ingombrante eredità, perché era diverso dal padre ed era conscio di aver deluso le sue aspettative.
Ci sono alcune caratteristiche, del sentire di Edoardo, che io avverto molto vicine.
E, come me, forse anche tanti altri, se è vero che dal vivo, alla fine di questo brano, scorgo tra il pubblico molti occhi lucidi.

Nel disco emerge chiaramente e, così, te lo chiedo esplicitamente: cos’è oggigiorno che ti rompe di più le palle?
Eh eh (ride, ndr), immagino si notino qua e là nel disco dei riferimenti ai continui attacchi che i miei preziosi “gioielli di famiglia” sono costretti a subire dal mondo circostante. Ne Il solito giro di blues girano, in Canzone di rottura si rompono e in Solo su un’isola deserta sono addirittura letteralmente sbriciolati. Non sopporto la distruzione della cultura, in atto scientificamente da decenni. Non sopporto quando la musica viene considerata molto più “spettacolo televisivo”, o anche solo becero intrattenimento o innocuo sottofondo, e non invece cultura.
Mal digerisco l’appiattimento delle idee, l’omologazione, il cervello all’ammasso, le suggestioni di massa, il fare qualcosa per moda, l’ossessiva ricerca di leader salvifici (e non solo in politica). A livello personale, mi fa arrabbiare chi mi vuol cambiare a tutti i costi non per il mio bene ma per il suo; chi non mi capisce nel profondo o fraintende miei modi di essere e chi mi sottovaluta. Me le fanno poi girare gli snob: di ogni tipo e razza. E di più ancora chi sospetta, anche solo per un attimo, che dietro qualsiasi mio comportamento possa esserci snobismo, che invece detesto. In genere amo le aperture, la curiosità, la semplicità di modi, cerco autenticità, a qualsiasi costo, anche di denudarmi troppo ed evidenziare tutte le mie debolezze.

Come vedi il panorama musicale ai tempi di Internet?
La mia idea è comune a molti. Da un lato Internet, per la musica emergente, è stato un toccasana assoluto, perché ha permesso a chiunque di poter divulgare e diffondere le proprie cose, bypassando i più costosi meccanismi promozionali e facendole arrivare direttamente nel Pc di milioni di persone, utenti, fruitori, ascoltatori.
Dall’altro lato ha creato un po’ più di confusione e di intasamento, perché ormai chiunque strimpelli due note e metta due parole in croce ha il suo myspace e i suoi brani su YouTube, spacciandosi per cantautore e musicista di livello e saturando un po’ tutto.
Non dico che ciò non sia giusto, a me anzi non dispiace questo meccanismo democratico, che ha favorito anche me. Solo osservo che, in questo marasma, accanto a moltissimi talenti c’è anche tanta spazzatura, che diventa poi più arduo scremare.
C’è poi tutto un discorso legato al diritto d’autore, ai download pirata e a quelli a pagamento, tipo iTunes. Tutta questa materia è fresca e sarà meglio regolarizzata col tempo. Io non amo essere rigido e non lo sono neanche in questo campo.

Parteciperesti a uno dei vari reality, tipo X-Factor?
No, anche se la vittoria di Nathalie (cantautrice di enorme talento) lascia un filo di speranza rispetto a questi “contenitori”, che non mi hanno mai fatto impazzire, perché spostano troppo l’attenzione sullo spettacolo televisivo, allontanandosi dal valore vero della musica.
Non credo di essere adatto a quei tipi di programma, perché esaltano a più non posso aspetti che nella mia musica vengono sempre in secondo piano e finiscono dunque con l’umiliare il nucleo per me fondamentale del modo di essere di qualsiasi cantautore: la scrittura, la composizione e soprattutto il tentativo palese e ambizioso di creare una propria poetica nel tempo. Nathalie è stata straordinaria e caparbia, merita un monumento: la sua vittoria è un riscatto per noi cantautori, umiliati da questi tempi difficili e ingrati, in cui scrivere e pensare qualcosa di proprio è pericoloso, inutile. E’ anche la dimostrazione di quanto siano grandi i cantautori, perché molto spesso riescono a essere eccezionali interpreti, mentre quasi mai è vero il contrario, perché quasi nessun interprete è anche un grande cantautore.

Come immagini il tuo domani?
Luminoso ma “a fette”, come i fendenti dei raggi del sole, che passano attraverso le tante fessure delle persiane a illuminare la stanza.

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