Cinque giorni pagati in albergo. E semmai un supporto economico, per un futuro affitto. Di fronte a uno sfratto gli assistenti sociali cercano sempre soluzioni alle difficoltà che può causare. Ma Simona Droghi, moglie di Rosario Barbaro del clan Barbaro-Papalia, di vane e incerte soluzioni non ne vuole nemmeno sentir parlare. Vive nella casa di Buccinasco finita sotto sequestro perché, a dire dei giudici, comprata con i soldi della ‘ndrangheta. Il 7 gennaio la deve lasciare. E di fronte allo sfratto reclama: il Comune di Milano deve darmi una casa popolare. “E’ un mio diritto”, afferma.

La signora conosce bene i diritti garantiti dallo Stato: “C’è il diritto all’istruzione e alla casa. Viviamo in un paese garantista? Io dovrei stare nella mia casa fino alla cassazione”. Il marito, Rosario Barbaro, infatti, ha condanne di primo grado per associazione di stampo mafioso. Ed è proprio da lì che nascono tutti i problemi di dimora della consorte. O meglio da quando la Dda di Milano ha cominciato a indagare le infiltrazioni della ‘ndrangheta nel settore edile e nel movimento terra con le inchieste Cerberus e Parco Sud. In entrambe spunta il nome di Rosario Barbaro. Insieme al fratello Salvatore e il padre Domenico parte del clan che secondo gli inquirenti ha controllato i lavori di settore nei comuni a sud del capoluogo lombardo e, in particolare, a Buccinasco.

Tutto ha inizio il giugno scorso, quando cominciano a fioccare le condanne. Segue il procedimento Parco Sud, in cui si parla di infiltrazioni e regole imposte. Al centro c’è ancora il clan Barbaro. Nell’ottobre dello stesso anno  arrivano altre condanne. Inchieste di ‘ndrangheta che il 3 novembre del 2009 avevano fatto scattare anche il sequestro dei beni, tra cui appunto la casa di Buccinasco. Anzi ‘le’ case di Buccinasco. Oltre a quella dove vive Simona Droghi c’è anche quella in cui vive la cognata Serafina Papalia, moglie di Salvatore Barbaro (considerato il boss), fratello di Rosario. “Entrambe viviamo nella stessa situazione, abbiamo le stesse richieste” continua la signora Droghi che subito dopo l’arresto del marito aveva anche cercato una soluzione. “Avevo già iniziato a mettere la casa in vendita, poi è arrivato il sequestro, venti giorni prima del giorno in cui avevo già fissato il rogito, altrimenti con il ricavato sarei andata in affitto”.

Forse proprio quello che non volevano gli inquirenti. Che ottenesse un ricavato da quella casa il cui mutuo era pagato dalla società Smr scavi, la stessa che secondo l’accusa si sarebbe accaparrata lavori tramite intermediazioni illecite. L’appartamento dunque non si può vendere, ma c’è di più: bisogna liberarlo. In realtà la signora Droghi avrebbe dovuto lasciarlo già il 30 novembre, ma tramite il legale del marito, l’avvocato Federica Scapaticci, ha ottenuto una proroga. Limite ultimo: il 7 gennaio. Lo stesso imposto alla signora Papalia che abita poco distante. Di qui la richiesta di aiuto. “Gli assistenti sociali mi dicono che al momento non ci sono alloggi – continua la Droghi – ma io non posso pagarmi una casa. Adesso con la crisi i prezzi sono altissimi. Ho bisogno di stabilità, ho due figli minori, senza un padre”.

Un padre su cui pesano condanne e accuse “di primo grado – precisa – in ogni caso è “dentro” per lavoro. Non era uno spacciatore di morte, se fosse stato dentro per droga sarei stata la prima a condannarlo”. Anche la signora Droghi è stata coinvolta nell’inchiesta per lavoro “ero l’amministratrice della ditta – afferma – sono stata assolta con formula piena”. Ora che ditta e lavoro non ci sono più, c’è l’appello allo stato. Quello garantista.

di Cristina Manara