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Abu Omar, l’Italia e la strategiadell’amico americano

Wikileaks rivela come il governo Berlusconi abbia frenato i magistrati di Milano. I funzionari di Washington vogliono a tutti i costi che gli uomini Cia coinvolti nel caso siano giudicati negli Usa

L'ex imam egiziano Abu Omar

È una costante. Il caso Abu Omar richiede alla politica italiana di remare contro. Contro gli interessi nazionali. Contro la giustizia italiana che persegue reati commessi in Italia. Contro chi cerca di portare alla sbarra gli artefici del sequestro, nel 2003 a Milano, dell’imam egiziano: agenti della Cia e del Sismi, proprio l’altro ieri giudicati colpevoli anche in appello, a eccezione di chi è stato graziato dal segreto di Stato.

Lo si era sospettato. Ora c’è la prova. Dai documenti di Wikileaks, pubblicati dal settimanale tedesco Der Spiegel viene fuori un ritratto sconcertante di chi domina oggi la scena: dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ai suoi ministri, della Difesa Ignazio la Russa, della Giustizia Angelino Alfano, al superconsigliere Gianni Letta. Sono loro ad aver tentato anche l’impossibile, pur di salvare l’“amico americano”. Con un chiodo fisso: mettere il bastone nelle ruote al magistrato motore dell’inchiesta, il pm Armando Spataro; rallentare le indagini, influire sull’andamento del processo.

È il 6 febbraio 2010. Berlusconi riceve a Palazzo Chigi il segretario alla Difesa Robert Gates. Oltre a prefigurare apocalittici scenari atomici che minacciano l’Iran (Leggi l’articolo), i due discutono a lungo della vicenda Abu Omar. Il premier si lancia in una sparata contro il “sistema giudiziario italiano dominato dalla sinistra”. E fa una previsione: in appello, la corte giudicherà “in nostro favore”, perché, in genere, “le corti d’appello sono meno politicizzate” di quelle minori, di primo grado. Errore. Berlusconi si è proprio sbagliato. Perché due giorni fa per 23 uomini della Cia è andata peggio che davanti al tribunale: condanna aumentata da sette a nove anni, per Bob Lady, responsabile della “stazione” di Milano; e da cinque a sette anni per altri 21 funzionari.

Con Gates il presidente Berlusconi parla a ruota libera, convinto che mai sarebbero usciti i suoi pensieri. Confida nella riservatezza dei cablogrammi a “stelle e strisce”. Infatti, il suo faccia a faccia è stato classificato dall’ambasciata Usa a Roma Secret/Noforn, il massimo della segretezza: Noforn, sta per No Foreigners, un documento precluso a “occhi non americani”. Invece Wikileaks ha travolto ogni barriera.
Veniamo così a capire per quale motivo mister Gates ha a cuore la sorte del colonnello Joseph Romano, già comandante della base aerea di Aviano, condannato prima a cinque anni, pena ora portata a sette. Sollecita il primato della giurisdizione del suo paese sul nostro. Insomma, l’ufficiale americano deve essere giudicato negli Usa, e non in Italia, alla quale il processo dovrebbe essere sottratto. Gianni Letta, presente al colloquio, assicura che il Governo sta lavorando sodo in questo senso.

Se il potente segretario alla Difesa, una vita nella Cia, “servitore” di due presidenti, George W. Bush prima di Barack Obama, si muove con grande celerità per il colonnello Romano, c’è una ragione, molto semplice. Quell’ufficiale dipende da lui, capo del Pentagono. Inoltre è l’unico degli americani a non ricoprire un ruolo nella “factory”, la fabbrica, in gergo il nome della maggiore agenzia spionistica del mondo. Nei file dell’ambasciata Usa tutti gli altri sotto processo sono definiti, non pour cause, “presunti” appartenenti alla Cia.

Tempo 24 ore e il “mastino” del Pentagono, il 7 febbraio, incontra La Russa. Tiene a ringraziarlo per la sua opera di mediazione. Perché, grazie al ministro della Giustizia Alfano, saranno spedite lettere all’autorità giudiziaria per “riaffermare la giurisdizione americana sul colonnello Romano”. La Russa si attiva su Alfano che “usa la sua influenza per aiutare gli Stati Uniti” nel senso voluto dallo zio Sam.
Alfano esegue. Il 12 ottobre 2010, alla prima udienza dell’appello, ecco spuntare una bella richiesta studiata a tavolino. Il ministro espone le ragioni della competenza di Washington, fondata su norme del trattato “Nato Sofa”. Ma rimedia una doccia fredda. Richiesta tecnicamente irricevibile, perché tardiva: si sarebbe dovuto presentarla prima del rinvio a giudizio. E la colpa del ritardo, lo si intuisce dalle carte, è stata di Berlusconi e dei suoi. Come mai? In un primo tempo La Russa, a quattr’occhi con Gates, aveva invitato “l’amico americano” a “essere più presente nel processo d’appello, a non lasciare solo il governo italiano” nella questione della giurisdizione, che, se portata avanti tardi, avrebbe dato ai pm la chance di politicizzarla.

Tutto sommato, La Russa non sembra a suo agio con Gates. Sa di dover combattere una battaglia contro i giudici. Quasi per scusarsi con il suo interlocutore, in merito alle difficoltà che si potrebbero incontrare per dargli una mano, butta lì che la magistratura è indipendente. Come dire: è difficile esercitare pressioni.

In ogni modo l’“amico americano” deve essere riconoscente. Berlusconi è stato il primo che ha tirato in ballo il delicato argomento del segreto di Stato. Argomento sul quale si sarebbe dovuta pronunciare la Corte Costituzionale, investita del problema.

Fin qui il “cordone sanitario” messo in piedi dal centro-destra. Ma c’è anche chi ha tentato di coinvolgere nella partita il centro-sinistra. A far da messaggero chi se non Gianni Letta? Così, si apprende da un dispaccio del 24 maggio 2006, quando da poco si è insediato nuovo governo guidato da Romano Prodi, ecco Letta suggerire la strategia giusta all’ambasciatore Usa Ronald Spogli. Perché non invitare il nuovo ministro della Giustizia Clemente Mastella a Washington?

Da Il Fatto Quotidiano del 17 dicembre 2010