“Carpe Diem, ma a favore di chi?”. Spontaneo domandarsi i criteri con i quali il Comune di Reggio Calabria, qualche anno fa, ha finanziato il figlio di un boss. In realtà “Carpe Diem” era un bando attraverso cui l’amministrazione di Palazzo San Giorgio, all’epoca guidata dall’attuale governatore della Regione Giuseppe Scopelliti, elargiva contributi comunitari (fino a 100 mila euro a fondo perduto) a giovani reggini che, dopo due giorni e due notti in fila allo sportello, presentavano un progetto legato allo sviluppo turistico della città.

Con ben 90 mila euro, uno di questi progetti era quello di Paolo Labate, figlio del boss ex latitante Michele, il quale con quei soldi, e senza che nessuno gli chiedesse uno straccio di certificato antimafia, aveva realizzato il salumificio “All Piglet” nella periferia sud della città. Salumificio che era stato sequestrato dal sostituto procuratore della Dda Antonio De Bernardo che ha dimostrato come quella bottega era in realtà del boss Michele Labate. Dopo sette ore di camera di consiglio, ieri la Corte d’Appello di Reggio Calabria ha confermato la sentenza del gip condannando boss e figlio, il primo a 14 anni di carcere e il secondo a un anno e 8 mesi.

Restano però i tanti interrogativi che hanno consentito al rampollo di una delle più potenti cosche mafiose della città dello Stretto di presentare la domanda al bando indetto dal Comune, di essere ammesso al finanziamento e di riscuotere 90mila euro. In attesa di conoscere le motivazione della sentenza di secondo grado è utile ripercorrere alcuni passaggi fondamentali della decisione del gup Daniele Cappuccio. Passaggi dai quali emerge la capacità dei “Ti mangio” (così vengono chiamati i Labate nel quartiere “Gebbione”, il loro regno) di “dialogare” con il palazzo comunale.

“E’ Labate Michele – è scritto nella sentenza di primo grado – che si attiva per la progettazione e la realizzazione dell’esercizio commerciale anche acquistando le attrezzature necessarie per il costruendo salumificio. Dall’informativa della Squadra Mobile del 25 settembre 2007 è risultato che la “All Piglet s.r.l.” ha beneficiato di un finanziamento a fondo perduto nell’ambito del programma “Carpe Diem” promosso dall’amministrazione comunale di Reggio Calabria e finalizzato al sostegno all’avviamento e al rafforzamento di iniziative imprenditoriali giovanili. Paolo Labate, legale rappresentante della “All Piglet s.r.l.”, ha quindi stipulato atto di convenzione con il Comune in data 19 settembre 2006 e ricevuto anticipi, su un ammontare massimo previsto di 90.000 euro, in misura di 45.000 e, poi, 27.000 euro (erogazioni del 18 ottobre 2006 e del 29 gennaio 2007). Grazie alla successiva informativa del 10 novembre 2007 si è appreso, poi, che Paolo e Francesca Labate sono usciti dal nucleo familiare del padre Michele il 4 gennaio 2005, ovvero poco più di un mese prima dell’approvazione del bando del programma “Carpe Diem””.

Come potevano Paolo e Francesca Labate sapere che nel febbraio 2005 il Comune avrebbe pubblicato un bando per accedere a finanziamenti pubblici, che non era necessario un certificato antimafia per potervi partecipare ma era sufficiente uscire dal nucleo familiare?

Ed è sempre il gup Cappuccio a darsi una spiegazione: Paolo e Francesca Labate hanno abbandonato “il nucleo familiare del padre nell’imminenza (e, può ragionevolmente presumersi, in funzione) dell’approvazione del bando “Carpe Diem”, evento del quale erano stati evidentemente edotti (su un quotidiano locale, si nota incidentalmente, fu ventilato, all’indomani del sequestro della “All Piglet”, l’interessamento di un politico alla concessione del finanziamento). Pertinenti e condivisibili si rivelano, in proposito, i rilievi svolti dalla Squadra Mobile nell’informativa del 10 novembre 2007 che, in proposito, scrive: “La concessione del finanziamento ottenuto dal Comune di Reggio Calabria ed il cambio di domicilio effettuato da Labate Francesca e Labate Paolo, effettuato alla immediata vigilia della pubblicazione del bando Carpe Diem, lascia chiaramente intendere che Labate Michele era risultato essere il vero dominus del costruendo salumificio, lo abbia fraudolentemente intestato ai propri figli, con il fine evidente di eludere le disposizioni di legge in tema di misure di prevenzione ed anche per accedere al finanziamento erogato da un ente pubblico (nel caso specifico il Comune di Reggio Calabria)”.

Qualcuno, quindi, da Palazzo San Giorgio avrebbe informato i Labate dell’imminente pubblicazione del bando “Carpe Diem”, consentendo ai figli del boss di uscire dallo stato di famiglia e partecipare al progetto. Il criterio di valutazione delle domande era l’ordine di presentazione e questo sarebbe uno dei motivi per il quale il quarto posto della graduatoria era occupato dal venticinquenne Paolo Labate.

Ma il bando “Carpe Diem” è sembrato sin da subito pieno di queste stranezze. E i Labate non sono l’unica consorteria mafiosa beneficiata dal Comune di Reggio attraverso ingenti contributi comunitari. Poco più giù, infatti, nella graduatoria redatta dall’amministrazione Scopelliti c’erano due figli del boss defunto Paolo De Stefano che erano stati ammessi al finanziamento ma ancora non avevano riscosso i 170 mila euro promessi dal Comune per un bed & breakfast e un negozio di gommoni.

di Lucio Musolino