L’Italia rimane indietro e delude sul fronte della ripresa. Pesano le mancate riforme e non si tornerà ai valori prerecessivi prima del 2015. E’ il giudizio espresso dal Centro studi Confindustria nel rapporto ‘Scenari economici’. Il nostro Paese, spiega il Csc, “replica la cattiva performance che ha manifestato dal 1997 in avanti. Aumenta il conto delle riforme mancate o incomplete o inadeguate rispetto a quanto realizzato dai partner-concorrenti. Confindustria limata al ribasso le stime del Pil, prevedendo che la crescita si fermerà al +1% nel 2010 (rivisto dal +1,2%) ed al +1,1% nel 2011 (dal +1,3%): ” Il confronto con la Germania è impietoso”.

Insomma, “l’Italia delude. La frenata estiva e autunnale – si legge nel rapporto – è stata decisamente più netta dell’atteso e il 2010 si chiude con produzione industriale e Pil quasi stagnanti. La malattia della lenta crescita non è mai stata vinta, come la migliorata dinamica della produttività nel 2006 e nel 2007 aveva lasciato sperare”. Il comportamento durante la crisi ha dissipato ogni dubbio al riguardo: la contrazione economica è stata violenta, -6,8% il Pil da massimo a minimo, 35 trimestri perduti.

Il recupero si dimostra indeciso e lentissimo: +1,5% finora. Così, prosegue il Csc, “non si ritornerà sui valori prerecessivi che nella primavera del 2015”. “Per riagguantare entro la fine del 2020 il livello del trend, per altro modesto, registrato tra 2000 e 2007, – avverte il Csc – l’Italia dovrebbe procedere d’ora in poi ad almeno il 2% annuo. Un obiettivo raggiungibile in un arco di tempo ragionevole, come insegna la lezione tedesca, entro il 2012 secondo gli stessi documenti governativi. Ma per coglierlo gli strumenti messi in campo appaiono insufficienti”.

Le condizioni del mercato del lavoro restano “difficili” e dall’inizio della crisi, cioè dal primo trimestre del 2008 a oggi, sono stati persi 540.000 posti. Il tasso di disoccupazione è all’8,5% nel 2010 e si stima dell’8,9% nel 2011 e 2012: inizierà a scendere molto gradualmente nel corso del 2012, dopo aver toccato l’apice (9%) nel quarto trimestre dell’anno venturo. Il massiccio ricorso alla Cig durante la recessione, si legge nel rapporto, ha notevolmente attenuato l’impatto della crisi sul numero di occupati: dal primo trimestre del 2008 al terzo del 2010 quest’ultimo è diminuito di 540.000 unità, contro una diminuzione delle ula (unità di lavoro equivalenti a tempo pieno) di 1 milione e 221.000 unità, di cui 480.000 assorbite dalla Cig al suo picco nel secondo trimestre del 2010.

Tanto più consistente è stato il ricorso alla Cig (particolarmente elevato in alcuni comparti industriali), tanto più lenta sarà la ripresa dell’occupazione. La riduzione dei cassintegrati ritarda infatti la creazione di posti di lavoro. Il loro mancato reintegro si traduce in disoccupazione.