Berlusconi ce l’ha fatta ancora una volta. Fini ha perso e con lui hanno perso Udc e Pd ma anche l’Idv uscita ammaccata da questa vicenda nella sua capacità di selezionare i gruppi parlamentari. Certamente, Berlusconi non avrà vita facile, per lui oggi inizia il cammino che il governo Prodi dovette sperimentare subito dopo le elezioni del 2006. I capigruppo di maggioranza dovranno fare la guardia ai deputati, precettarli a ogni voto e via discorrendo. E se Berlusconi non potrà durare a lungo in questa situazione, sta già tentando di allargare la maggioranza all’Udc o a quei pezzi di Futuro e Libertà che non hanno digerito il voto di sfiducia e di cui il comportamento del deputato dissenziente, Moffa, costituisce l’espressione più evidente. Le carte in mano ce l’ha, ha il governo, cariche da distribuire, forse anche accenni alla sua successione. Si vedrà cosa succederà, avremo tempo per capire.
Quello che oggi è necessario è invece cercare di riflettere sulle cause di questa sconfitta. Che a nostro giudizio sono almeno quattro. Così come occorre riflettere sull’esito di una giornata di mobilitazione che descrive una nuova fase con forme di ribellione inaspettate.

La prima ragione è la più indecente. Berlusconi, sia quando era all’opposizione di Prodi che, tanto più al governo, ha una formidabile capacità di “convincere” deputati dello schieramento opposto a passare con lui. Non è solo questione di disponibilità finanziarie, che esistono in grandi quantità, ma anche frutto della determinazione e della spregiudicatezza a “comprarsi” il consenso, qualità che nel centrosinistra sono molto più scarse. La scena cui abbiamo assistito nelle ultime battute della votazione alla Camera, con tre deputate incinta che si sono sobbarcate l’onere della presenza, addirittura in carrozzina, mentre altre due loro colleghe all’ultimo minuto decidevano di salvare il governo, si commenta da sola. Questa spiegazione è importante ma da sola non basta.

Se Berlusconi ha avuto la possibilità e il tempo di allestire il “calciomercato” è anche grazie alla smisurata concessione che gli è stata fatta dal presidente della Repubblica che, un mese fa, ha fissato a oggi, 14 dicembre, la data del dibattito parlamentare. Un mese di tempo che è stato ampiamente utilizzato dal premier, uscito tramortito dalla convention di Fli a Bastia Umbria, il 6 novembre, il cui effetto, però, si è disperso strada facendo. Ancora una volta Berlusconi deve ringraziare Napolitano.

Terza ragione, la natura di Futuro e Libertà. La propensione di una sua ampia parte a non rompere con il centrodestra e con lo stesso Berlusconi alla fine è venuta allo scoperto rivelandosi decisiva. I toni accesi dei Granata, Bocchino e Briguglio non solo non rappresentavano tutta Fli, ma alla fine hanno sospinto l’ala più moderata nelle braccia di Berlusconi. Mettendo in evidenza una contraddizione lacerante: se Futuro e Libertà vuole davvero costruire un altro polo e rompere con Pdl e Lega, si spaccherà ancora. Se vuole restare unita deve rientrare nel centrodestra ma sottomettendosi a Berlusconi il quale però, ormai, punta al suo dissolvimento. Fini si scopre più debole di quanto immaginava e solo il rapporto stretto con Casini può dargli una prospettiva. Casini si dice disponibile ma la strada dell’inferno, si sa, è lastricata di buone intenzioni.

Quarta ragione, la subordinazione del Pd a Fini e a Casini non ha pagato. Bersani ha davvero creduto alla possibilità di formare un governo “di transizione” con Udc e Fli e oggi questa eventualità viene spazzata via dal voto. E il Pd si trova con un pugno di mosche. Le uniche alternative alla tenuta dell’attuale governo sono infatti due: nuovo centrodestra, allargato a Udc  oppure elezioni anticipate con la formazione di un terzo polo. La prima soluzione lascia il Pd in un angolo senza grandi sbocchi, la seconda lo costringe a provare l’alleanza di centro-sinistra che però non è amata da tutti.
Questa difficoltà deriva dal fatto che il Pd è rimasto confinato dentro una manovra di palazzo che non lo ha mai visto protagonista. Anzi, con la “responsabilità” dimostrata nell’approvazione della Legge di Stabilità (la finanziaria), il partito di Bersani ha aiutato il governo a prendere tempo. E si è distaccato del tutto da qualsiasi dinamica sociale. La distanza tra quanto avvenuto nel palazzo e le manifestazioni di piazza, al netto degli incidenti, è siderale. Ovviamente, è difficile pensare che il Pd possa rimettersi in sintonia con la dinamica sociale – la sua sostanziale assenza alla manifestazione della Fiom del 16 ottobre lo dimostra – ma in una dialettica classica, un partito di opposizione, che si dice orientato a sinistra, se recide i rapporti con la società si condanna al mutismo. Ora si tratta di trovare una quadra con Vendola e Di Pietro, ma quest’ultimo è ancora più debole, mentre nel Partito Democratico non cessa l’idea di trovare una sintonia con Fini e Casini.

La giornata lascia anche un’altra lezione. In piazza non è andata in onda solo la protesta dei soliti infiltrati: la rabbia esplosa nelle manifestazioni è sintomo di qualcosa di più profondo, Londra sta lì a dimostrarlo. E l’incidenza della compravendita e della corruzione cui abbiamo assistito a Montecitorio non va trascurata. Per quanto noi preferiamo manifestare a mani nude, non possiamo non vedere cosa accade nella realtà e soprattutto non possiamo non capire che una dinamica sociale o trova uno sbocco politico adeguato o altrimenti si sfarina in una protesta cieca. Se si vuole davvero cacciare Berlusconi bisognerà porsi seriamente questo problema.